3. Tredici anni e una domanda

Lumilosa aveva sempre pensato che i compleanni fossero strani. Da piccola li aspettava come si aspettano le cose che sembrano lontanissime e poi, all’improvviso, sono lì. Contava i giorni. Guardava il calendario. Faceva piccoli calcoli che non servivano a niente, se non a rendere l’attesa più importante. Dieci giorni. Nove. Otto. Poi arrivava la vigilia, che sembrava non finire mai.
E infine il compleanno. A tredici anni, però, qualcosa era cambiato. Non aveva smesso di aspettarlo. Non aveva smesso di essere felice quando sua madre le aveva fatto gli auguri quella mattina, né quando aveva visto arrivare i primi messaggi sul telefono. Ma c’era qualcosa, nascosto sotto quella felicità, che prima non c’era. Una domanda. Non una domanda precisa. Più una sensazione.
Come quando si arriva davanti a una porta che si conosce bene e, prima di aprirla, ci si accorge che dall’altra parte potrebbe esserci qualcosa di diverso.
Tredici. Lumilosa aveva scritto quel numero su un foglio la sera prima, quasi per vedere come appariva. Le sembrava grande. Dodici era ancora vicino all’infanzia. Tredici sembrava già dall’altra parte. Anche se, a guardarla, non era cambiato poi molto. Aveva ancora voglia di ridere per le cose più stupide. Aveva ancora bisogno di qualcuno che le dicesse che sarebbe andato tutto bene quando qualcosa la preoccupava.
E continuava a pensare che gli gnocchi al ragù di Zia Marianna fossero una specie di rimedio universale. Forse crescere non significava diventare improvvisamente diversi. Forse significava accorgersi delle cose che prima non si notavano. Quella domanda le tornava in mente soprattutto quando gli adulti pronunciavano certe frasi.
«Ormai sei grande.»
«Vedrai, adesso cambieranno tante cose.»
«Sei diventata una signorina.»
Lumilosa non aveva mai capito bene cosa volessero dire. Quando chiedeva quali cose sarebbero cambiate, riceveva quasi sempre la stessa risposta.
«Crescerai.»
Ma quella non era una spiegazione. Era semplicemente un’altra parola. E Lumilosa aveva già cominciato a chiedersi se crescere significasse anche lasciare qualcosa indietro. Quell’anno aveva deciso di festeggiare due volte. Una festa con le sue amiche. E il giorno dopo un pranzo in famiglia a casa di Zia Marianna. Quando glielo aveva raccontato, la zia aveva sorriso mentre sistemava alcune cose in cucina.
«Due feste?»
Lumilosa annuì.
«Una con le mie amiche e una con voi.»
La zia aveva sorriso.
«Una per il presente.»
Lumilosa aveva sollevato gli occhi.
«E l’altra?»
«Per ricordarti da dove vieni.»
Era proprio il genere di frase che Zia Marianna riusciva a dire senza sembrare preparata. Lumilosa aveva sorriso.
«Riesci sempre a trasformare un compleanno in una lezione.»
«È un talento.»
«Non so se sia un complimento.»
«Lo è.»
La festa con le amiche cominciò nel primo pomeriggio. Lumilosa aveva raccolto i capelli nelle sue due trecce, anche se alcune ciocche avevano già cominciato a sfuggire. All’inizio il salotto sembrava quasi troppo ordinato. I cuscini erano al loro posto. Sul tavolo c’erano ciotole di patatine, pizzette, piccoli dolci e bicchieri colorati. La musica era pronta. Tutto sembrava aspettare. Poi arrivò la prima campanella. Chiara.
Dopo poco Marta. Poi Giulia ed Elena. E in pochi minuti la casa cambiò completamente. Le scarpe finirono vicino alla porta. Le voci arrivarono da stanze diverse. Una raccontava qualcosa mentre un’altra cercava di interromperla. Qualcuna rideva già senza che fosse chiaro perché. Qualcuna aveva portato un regalo e insisteva perché non venisse aperto subito. Il salotto si riempì di quella confusione particolare che nasce quando molte persone si conoscono abbastanza bene da non avere più bisogno di stare attente.
Lumilosa si fermò per un momento a guardarle. Le conosceva da anni. Eppure quel pomeriggio le sembravano leggermente diverse. Non erano più le bambine che inventavano giochi con quello che trovavano in casa. Non costruivano più mondi con una coperta e due sedie. Adesso parlavano di scuola, di musica, di persone che trovavano simpatiche. Ridevano per cose che qualche anno prima non avrebbero nemmeno capito. Erano cresciute.
Ma quando una di loro prese una patatina dal piatto sbagliato e finì per rovesciarne metà sul pavimento, Lumilosa riconobbe immediatamente la stessa persona di sempre. Forse il tempo faceva proprio questo. Aggiungeva cose senza cancellare completamente quelle che c’erano già. Dopo aver mangiato arrivò il momento delle fotografie. Fu subito evidente che sarebbe stato più complicato del previsto. Una fotografia non andava bene perché qualcuna aveva gli occhi chiusi. Un’altra perché qualcuna non sorrideva.
Una terza perché una ciocca di capelli era finita davanti al viso. Alla quinta fotografia avevano già cominciato a ridere. Alla decima nessuna ricordava più quale fosse il problema.
«Questa è buona.»
«No.»
«Perché?»
«Guarda la mia faccia.»
«È la tua faccia.»
«Appunto.»
Lumilosa rise così forte che dovette sedersi. Alla fine ne scelsero una quasi per sfinimento. Non era perfetta. Forse era proprio per questo che sarebbe diventata quella giusta. Più tardi misero la musica. Una delle ragazze collegò il telefono alla cassa. Partì una canzone conosciuta. Il salotto si trasformò. Una bottiglia diventò un microfono.
Una sedia diventò un palco. Qualcuno inventò una coreografia che nessun altro riuscì a seguire. Lumilosa ballò. Rise. Cantò senza sapere davvero tutte le parole. Per qualche minuto dimenticò la scuola, il futuro, la terza media, le domande che le giravano in testa. C’erano solo quelle voci. Quelle risate. Quel pomeriggio che sembrava destinato a durare molto più a lungo di quanto sarebbe durato davvero.
Poi Chiara si ricordò di qualcosa.
«Ho portato una cosa.»
Dalla borsa tirò fuori una piccola pochette. Dentro c’erano un lucidalabbra, un mascara e uno specchietto. Fu sufficiente per far cambiare direzione alla festa. Il bagno divenne improvvisamente il luogo più importante della casa. Una provò il lucidalabbra. Un’altra ne mise decisamente troppo. Il mascara si rivelò più difficile.
«Non muoverti.»
«Non mi muovo.»
«Ti stai muovendo.»
«Non mi sto muovendo!»
Le risate riempirono il bagno. Quando arrivò il turno di Lumilosa, prese lo specchietto. Avvicinò lo specchietto al viso. Una passata di mascara. Poi un’altra, più cauta. Sollevò appena il mento. Gli occhi azzurri sembravano più grandi. Ma erano gli stessi. Il viso era lo stesso.
Anche quel sorriso che le compariva sempre quando cercava di non ridere. Per qualche secondo rimase a guardarsi. Non sembrava una persona nuova. Eppure quel piccolo gesto le dava la sensazione di essere affacciata su qualcosa che ancora non conosceva. Non aveva fretta di entrarci. Quando l’ultima amica se ne andò, il silenzio arrivò piano. Sul tavolo erano rimaste alcune briciole. Un bicchiere mezzo pieno. Un tovagliolo piegato male.
La musica era spenta. Il salotto sembrava più grande. Lumilosa si sedette sul divano. Sua madre arrivò con due bicchieri d’acqua e si sedette accanto a lei.
«Ti sei divertita?»
Lumilosa annuì. Poi guardò davanti a sé.
«È strano.»
Sua madre aspettò.
«Mi sembra che qualcosa sia cambiato.»
Non arrivò subito una risposta. Fuori, la luce del pomeriggio si stava facendo più tenue.
«Probabilmente sei cambiata tu.»
Lumilosa abbassò gli occhi verso le proprie mani.
«È una cosa bella?»
Sua madre sorrise.
«Sì.»
Poi aggiunse, dopo una piccola pausa:
«Anche se le cose belle, qualche volta, fanno un po’ paura.»
Lumilosa rimase in silenzio. Non aveva bisogno di una risposta più lunga. Quella sera, prima di dormire, rimase davanti allo specchio. Aveva ancora un po’ di mascara sulle ciglia. I capelli erano spettinati. Una delle trecce si era quasi completamente sciolta. Il lucidalabbra era ormai scomparso. Tredici anni non sembravano poi così diversi dai dodici. E forse era questo che la rassicurava.
Non era diventata improvvisamente un’altra persona. Stava semplicemente aggiungendo qualcosa. Una giornata. Un ricordo. Una domanda. Forse anche un po’ di coraggio. Prese il telefono. C’era un messaggio di Zia Marianna. Domani preparati. Il pranzo dei tredici anni sarà degno dell’occasione.
Lumilosa sorrise. Dopo pochi secondi arrivò un altro messaggio. P.S. Ho comprato i lamponi. Rise. Era impossibile che Zia Marianna scrivesse una cosa del genere senza avere già in mente quale torta preparare.
Lumilosa digitò:
Cosa significa “degno dell’occasione”? La risposta arrivò quasi subito. Significa che ho pensato a tutto. Lumilosa guardò lo schermo. Quella frase le era familiare. Zia Marianna aveva sempre un piano. Una lista. Un’idea. Un taccuino da qualche parte.
E quando diceva di aver pensato a tutto, di solito significava che qualcosa era già stato preparato con cura. Lumilosa appoggiò il telefono sul comodino. Non sapeva cosa avrebbe trovato il giorno dopo. Non sapeva quali parole avrebbe ascoltato. Non sapeva se i tredici anni avrebbero davvero cambiato qualcosa. Ma per la prima volta quella domanda non le sembrava urgente. Forse alcune risposte avevano bisogno di tempo. Spense la luce. E lasciò che fosse il giorno dopo a cominciare.

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