8. Le castagne sul fuoco

Fuori pioveva da ore. Dopo il temporale della settimana precedente, quella sembrava quasi una pioggia educata. Niente tuoni. Niente lampi. Niente vento contro le finestre. Soltanto gocce lente che scivolavano lungo i vetri della cucina, si incontravano, cambiavano strada e riprendevano la loro corsa verso il davanzale. Il giardino sembrava essersi fermato.
Il prato era coperto di foglie color rame e oro. Le rose conservavano gli ultimi fiori, alcuni ancora dritti sui loro steli, altri piegati sotto il peso dell’acqua. Lumilosa le osservava dalla finestra. Una in particolare continuava a resistere nonostante la pioggia.
«Quella ti assomiglia.»
Zia Marianna, seduta al tavolo con una ciotola di castagne davanti, sollevò lentamente un sopracciglio. Lumilosa conosceva bene quell’espressione. Poteva significare curiosità, dubbio oppure vediamo dove vuoi arrivare. Indicò la rosa.
«È resistente, sopporta il freddo e continua a fare quello che vuole.»
La zia rimase qualche secondo con il coltello sospeso sopra una castagna. Poi riprese a inciderla.
«Deciderò più tardi se sentirmi lusingata.»
Lumilosa sorrise e tornò a guardare fuori. Dal forno arrivava il profumo dolce della zucca, insieme a quello più deciso del rosmarino e della salvia. In soggiorno il camino era acceso e il calore raggiungeva persino la cucina. A casa della zia le stagioni non entravano mai soltanto dal calendario. Avevano odori. Colori. Piccole abitudini che tornavano ogni anno. L’autunno, più di ogni altra cosa, sapeva di castagne.
Sul tappeto davanti al camino Bennor dormiva. Il grosso corpo scuro occupava buona parte dello spazio e il fuoco lasciava riflessi color rame sul pelo. Ogni tanto una zampa si muoveva appena. Poi tornava immobile. Lumilosa lo guardò. Era difficile immaginare quella stanza senza di lui.
Bennor sembrava appartenere alla casa quanto la poltrona vicino al camino, il vecchio albero in fondo al giardino e la scatola delle candele che la zia teneva pronta per i blackout. Una castagna rotolò sul tavolo. La zia la riprese prima che cadesse. Poi il suo sguardo si fermò sul cane. Per qualche istante non incise più nulla. Lumilosa se ne accorse.
«A cosa pensi?»
La zia fece scorrere il pollice sulla superficie lucida della castagna.
«Alla prima volta che l’ho visto.»
Bennor mosse un orecchio nel sonno. Lumilosa si voltò verso di lui. La zia sorrise appena.
«Allora non dormiva così.»
Ci fu una pausa.
«E non si chiamava nemmeno Bennor.»
Lumilosa tornò a guardarla. Quella sì che era una cosa che non sapeva.
«Come si chiamava?»
La zia posò la castagna insieme alle altre.
«Bempto.»
Il nome rimase per qualche secondo tra loro, accompagnato soltanto dal ticchettio della pioggia. Lumilosa guardò di nuovo il cane. Bennor. Bempto. Sembravano quasi due cani diversi. Forse, in un certo senso, lo sono stati. Da tempo la zia e lo zio parlavano della possibilità di adottare un cane. Non volevano necessariamente un cucciolo. Non cercavano il più bello né quello che avrebbe attirato subito la loro attenzione.
Avevano un giardino. Una casa abbastanza grande. E soprattutto avevano deciso di avere tempo. Tempo per passeggiare. Per imparare. Per aspettare. Perché alcuni animali entrano in una casa correndo. Altri devono prima capire se quella porta rimarrà davvero aperta per loro. Fu Clara ad accompagnarli da Bempto. Lavorava al rifugio da abbastanza tempo da conoscere i cani senza bisogno di trasformarli in qualcosa che non erano.
Non cercò di convincerli. Prima ancora di portarli davanti al recinto, si fermò. Bempto, spiegò, aveva bisogno dei propri tempi. Con le persone era prudente. Aveva imparato a osservarle prima di decidere se avvicinarsi. La zia lo vide da lontano. Era grande. Molto più di quanto avesse immaginato. Il pelo scuro e la struttura robusta lo facevano sembrare ancora più imponente. Ma non abbaiava. Non saltava contro il cancello.
Non cercava di farsi notare. Stava qualche metro più indietro. Fermo. La testa leggermente abbassata. Gli occhi, invece, seguivano ogni movimento. Un passo dello zio. La mano di Clara. La zia che si avvicinava al recinto. Bempto vedeva tutto. Semplicemente non sembrava ancora disposto a partecipare. Fu proprio quello a colpire Marianna. Non faceva nulla per essere scelto. Il primo incontro durò poco.
La zia entrò nel recinto senza avvicinarsi troppo. Bempto rimase a distanza. Dopo qualche minuto fece un passo verso di lei. Poi un altro. Si fermò. Annusò l’aria. La guardò. E tornò indietro. Nessuno lo richiamò. Nessuno provò a seguirlo. Quel giorno finì così. Con pochi passi. Per chiunque altro potevano non significare niente. Per loro erano abbastanza. Tornarono. Una volta. Poi un’altra. E ancora.
Ogni incontro sembrava quasi uguale al precedente, ma qualcosa cambiava sempre. La prima volta Bempto era rimasto in fondo al recinto. La seconda aveva accettato la loro presenza a qualche metro di distanza. Poi aveva cominciato ad avvicinarsi. Non molto. Abbastanza. Un giorno, quando arrivarono, alzò la testa prima ancora che Clara aprisse il cancello. Un’altra volta rimase vicino alla zia più a lungo del solito.
Poi arrivò il giorno in cui si sedette a poca distanza da loro. La zia non tese la mano. Non lo chiamò. Rimase semplicemente lì. Bempto fece lo stesso. Il silenzio durò parecchio. Alla fine Clara sorrise. Non servì chiedere perché. Il cane avrebbe potuto stare ovunque nel recinto. Aveva scelto di stare lì. Il giorno in cui arrivò a casa, pioveva anche allora. Non forte come quella mattina d’ottobre.
Una pioggia più sottile, con un freddo che si infilava nelle maniche. La zia aveva immaginato tante volte quel momento. Pensava che Bempto avrebbe annusato ogni angolo. Che sarebbe corso in giardino. Che avrebbe esplorato le stanze una dopo l’altra. Non fece niente di tutto questo. Entrò. Rimase nell’ingresso. Guardò il corridoio. Poi il soggiorno. Ogni rumore lo faceva voltare. Una porta. Il legno nel camino.
Un oggetto appoggiato sul tavolo. Persino il ticchettio dell’orologio sembrava qualcosa da controllare. La zia lasciò che fosse lui a decidere. Non gli mostrò la casa. Non lo portò verso la cuccia. Non cercò di accarezzarlo. Si tolse il cappotto e continuò a fare le cose che avrebbe fatto in una giornata normale. Lo zio fece lo stesso. Bempto rimase per un po’ sulla soglia del soggiorno. Il camino era acceso.
La luce del fuoco si muoveva sul pavimento. Lui guardava. Poi fece qualche passo. Si fermò. Tornò indietro. Poco dopo ci riprovò. Quella sera la zia aveva preparato le castagne. Forse era una coincidenza. O forse per questo, da allora, quel profumo le faceva tornare alla mente proprio quel giorno. Bempto rimase lontano dal tavolo. Il naso, però, si muoveva. Seguiva gli odori della stanza. Legna. Fumo. Cibo. Casa.
La zia si sedette vicino al camino. Non lo chiamò. Lo zio sfogliava un libro dall’altra parte della stanza. Per molto tempo non accadde nulla. Poi arrivò il rumore lento delle zampe sul pavimento. Bempto attraversò il soggiorno. Un passo. Un altro. Si fermò a qualche metro dalla zia. Lei non si mosse. Il cane guardò il fuoco. Poi la stanza. Poi di nuovo lei. Alla fine si abbassò sulle zampe anteriori e si sdraiò.
Non accanto alla zia. Non ancora. Ma abbastanza vicino da poter sentire il calore del camino e le loro voci. Marianna non cercò di accorciare quella distanza. Quella sera apparteneva a lui.
Nel presente, una castagna nel camino fece un piccolo scoppio. Bennor aprì gli occhi. Sollevò la testa. Il naso si mosse lentamente. Lumilosa smise di parlare. Il cagnone guardò verso il fuoco, poi verso il tavolo della cucina. Si alzò.
Fece qualche passo e si fermò accanto alla zia. Marianna abbassò una mano. Bennor vi infilò sotto la grossa testa nera e rimase lì. Nessuno disse niente. Lumilosa guardava quella mano appoggiata sul pelo scuro. Pensò al cane immobile in fondo a un recinto. A quei primi passi. Alla distanza lasciata apposta. E poi guardò Bennor. Ora non aspettava più che fossero gli altri a dimostrargli di poter restare.
Si era semplicemente avvicinato. Come faceva ogni giorno. La zia riprese a incidere le castagne. Lumilosa si sedette accanto a lei.
«Te lo aspettavi?»
Marianna la guardò.
«Cosa?»
Lumilosa indicò Bennor. Il cane si era già sdraiato vicino alle loro sedie.
«Che sarebbe diventato così.»
La zia abbassò lo sguardo. Bennor aveva appoggiato il muso sulle zampe. Il respiro lento. Gli occhi quasi chiusi. Marianna non rispose subito. Passò una mano sulla sua testa. Era sufficiente. Poco dopo lo zio entrò dalla porta che dava sul giardino. Aveva le scarpe sporche di terra, alcune foglie attaccate ai pantaloni e un sacchetto in mano. Bennor lo sentì prima ancora che riuscisse a togliersi la giacca.
La testa scura si sollevò. La coda batté una volta sul pavimento. Poi un’altra. Quando lo zio entrò in cucina, il cane era già in piedi. Il sacchetto finì sul tavolo. Altre castagne. Lumilosa scoppiò a ridere. La zia guardò prima il sacchetto, poi la ciotola già piena davanti a sé. Per qualche giorno, evidentemente, non avrebbero avuto problemi di scorte. Fuori la pioggia continuava lenta.
Dentro il forno profumava di zucca e salvia. Il camino crepitava. Bennor tornò a sdraiarsi nel suo posto preferito. Quello che anni prima non sapeva ancora di poter occupare. Lumilosa prese il taccuino. Scrisse soltanto poche parole:
Alcuni trovano casa subito.
Altri hanno bisogno di tempo per capire che possono restare. Chiuse il quaderno. Poi guardò Bennor. Il gigante nero dormiva già. Più tardi, mentre la zia sistemava la cucina, Lumilosa rimase davanti al camino. Il fuoco si era abbassato e sul tappeto c’era ancora qualche pezzetto di buccia di castagna. Bennor dormiva vicino alla poltrona. Lumilosa lo osservò a lungo.
Era difficile immaginare che quel cagnone tranquillo fosse stato lo stesso animale che, anni prima, aveva esitato persino prima di entrare in quella stanza. Bempto. Ripeté quel vecchio nome nella sua testa. Poi guardò Bennor. C’erano ancora molte cose di lui che non conosceva. E forse, prima o poi, sarebbe arrivato il momento di scoprirle.

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