7. Un temporale fuori programma

Ottobre aveva finalmente deciso di comportarsi da ottobre. Le foglie del piccolo acero davanti alla casa della zia avevano cominciato a tingersi di rosso e arancione, le ortensie conservavano soltanto qualche fiore stanco e nell’aria c’era quell’odore di terra umida che arriva con le prime piogge vere. Lumilosa scese dall’auto con lo zaino sulle spalle e salutò i genitori. Non fece in tempo a raggiungere la porta.
Bennor era già lì. Dietro il vetro comparve prima il muso nero, poi l’intera grossa testa. La coda iniziò a muoversi contro il mobile dell’ingresso con colpi lenti e regolari. La porta si aprì subito dopo.
Zia Marianna indossava un morbido maglione color crema, jeans e un paio di ballerine decisamente troppo allegre per una giornata così grigia. Sul colletto brillava la piccola spilla a forma di riccio. Lumilosa entrò e si chinò verso Bennor. Il cagnone le infilò il muso contro la spalla, la annusò con attenzione e concluse il controllo con una leccata sulla guancia.
«Bennor!»
Lumilosa si pulì con la manica. La zia cercò inutilmente di trattenere una risata. Il saluto ufficiale poteva considerarsi concluso. Dentro casa c’erano profumo di cannella, luce calda e quel genere di ordine che durava soltanto fino a quando la zia non iniziava a cercare qualcosa. Sul tavolino dell’ingresso, accanto a un piccolo vaso con alcune bacche rosse, c’era una fotografia di famiglia.
Lumilosa stava ancora togliendosi la giacca quando sentì una ruota trascinarsi sul pavimento del piano superiore. Lo zio comparve sulle scale con un trolley. Doveva partire per una conferenza e sarebbe tornato il giorno seguente. Salutò Lumilosa, raccomandò alle due di non svuotare completamente la dispensa e ricevette in cambio due espressioni talmente innocenti da risultare immediatamente sospette.
Pochi minuti dopo la porta si richiuse. Il rumore dell’auto si allontanò. La casa sembrò diventare più silenziosa. Bennor rimase qualche secondo davanti all’ingresso, poi tornò verso il soggiorno e si lasciò cadere sul tappeto. Lumilosa posò lo zaino sul divano. Dalla tasca laterale spuntava il suo taccuino. Da quando aveva ascoltato la storia di Ernesto, aveva cominciato a guardarlo in modo diverso.
Fino ad allora lo aveva riempito soprattutto di domande, piccoli misteri e cose da capire. Il taccuino della zia le aveva mostrato che una pagina poteva servire anche a trattenere qualcosa prima che il tempo se la portasse via. Una frase. Un momento. Una persona. Zia Marianna vide il quaderno, ma non disse nulla. Si avvicinò invece alla finestra. Il cielo, nel frattempo, era cambiato.
Le nuvole avevano coperto quasi tutta la luce e i rami dell’acero cominciavano a muoversi sotto raffiche sempre più forti. Un lampo attraversò il vetro. Il tuono arrivò pochi secondi dopo. Profondo. Bennor sollevò appena la testa. Lumilosa si avvicinò alla finestra. Le prime gocce comparvero sul vetro, grandi e distanti tra loro. In meno di un minuto diventarono così fitte da cancellare quasi il giardino.
Il vialetto scomparve sotto l’acqua. Le foglie correvano in piccoli vortici. Un altro tuono fece vibrare leggermente i vetri. La passeggiata prevista per quella sera poteva considerarsi annullata. La zia osservò il cielo ancora per qualche istante. Poi si voltò.
«Pizza?»
Era una delle parole che in quella casa non aveva bisogno di ulteriori spiegazioni. Lumilosa sorrise. Il nuovo programma era deciso. La pizza arrivò quando fuori sembrava che il cielo avesse intenzione di rovesciare tutta l’acqua dell’autunno in una sola sera. Il campanello suonò. La zia aprì e si trovò davanti Pietro, il proprietario dell’unica pizzeria del paese.
Di solito era lui a stare dietro il bancone, tra il forno e le scatole impilate, ma nelle serate più tranquille gli piaceva consegnare personalmente qualche ordine. Quella, però, non era affatto una serata tranquilla. Pietro aveva i capelli bagnati, il giubbotto scuro grondava acqua e dalle spalle cadevano piccole gocce sul portico. La zia spalancò gli occhi.
«Pietro, sei fradicio!»
Lui sollevò le scatole della pizza come se fossero l’unica cosa davvero importante.
«Loro sono arrivate asciutte.»
Era una risposta sufficiente a far sorridere entrambe. La zia prese le pizze e gli infilò qualche moneta in più nella mano. Pietro provò a restituirla, ma lei gli richiuse le dita intorno alla mancia. Poi sembrò ricordarsi di qualcosa.
«Aspetta qui.»
Sparì per pochi istanti in cucina e tornò con un piccolo sacchetto di carta. Dentro c’erano tre muffin.
«Uno per te, uno per tua moglie e uno per tuo figlio. Dopo tutta questa pioggia ve li siete meritati.»
Pietro guardò prima il sacchetto, poi lei. Questa volta non provò a restituire niente.
«Allora questi li accetto volentieri.»
La zia rimase sulla porta finché non lo vide raggiungere l’auto sotto la pioggia e ripartire. Solo allora rientrò, scrollandosi di dosso una goccia che il vento era riuscito comunque a regalarle e stringendo le scatole ancora calde contro il petto. Bennor, che aveva trascorso buona parte del temporale addormentato sul tappeto, comparve nel corridoio proprio in quel momento. Si stiracchiò. Annusò l’aria.
Poi raggiunse le scatole. Lumilosa lo fissò. Il gigante nero aveva ignorato tuoni, lampi e vento. Il profumo della pizza, invece, aveva ottenuto la sua completa attenzione. La zia gli passò una mano dietro le orecchie e indicò il soggiorno. Bennor rimase immobile qualche secondo. Poi tornò lentamente verso il tappeto, voltandosi un’ultima volta a controllare dove finissero le scatole.
Lumilosa pensava che avrebbero mangiato al tavolo. Si sbagliava. La zia aprì un mobile e tirò fuori una grande tovaglia a quadretti. La stese direttamente sul tappeto davanti al camino. Lumilosa la riconobbe.
«Questa esiste ancora?»
La zia la lisciò con entrambe le mani. Certo che esisteva ancora. Quando Lumilosa era più piccola, nelle giornate di pioggia facevano spesso picnic in casa. Niente tavolo. Niente sedie. Una tovaglia sul pavimento, cuscini intorno e qualcosa di buono da mangiare davanti al fuoco. Allora bastava quello per convincere la bambina che il soggiorno fosse diventato un prato e che, appena oltre il divano, iniziasse un bosco.
Ora Lumilosa era cresciuta. Il prato non c’era più. Il ricordo sì. La zia sistemò piatti, bicchieri e tovaglioli sulla tovaglia. Il camino era acceso e la luce delle fiamme si muoveva sulle pareti. Fuori il vento spingeva la pioggia contro i vetri. Dentro, loro due sedevano a gambe incrociate sul tappeto. Bennor si sistemò poco distante, abbastanza vicino da accorgersi di qualsiasi eventuale briciola in fuga.
Per qualche minuto mangiarono quasi senza parlare. Il rumore della pioggia riempiva la stanza. Ogni tanto un lampo illuminava il giardino e trasformava gli alberi in grandi sagome nere. Lumilosa guardò il fuoco. Poi la tovaglia. Poi la zia seduta di fronte a lei. Era curioso come alcune cose potessero sembrare completamente diverse dopo molti anni e, nello stesso tempo, rimanere identiche. Prese il taccuino.
Rimase qualche secondo con la penna sospesa sulla pagina. Poi scrisse:
Seconda settimana di ottobre.
Pioggia sui vetri, pizza sul tappeto e un vecchio picnic davanti al camino. Sotto aggiunse:
Ci sono cose che diventano più belle quando tornano.
Rilesse. Non era un indizio. Non era una domanda. Non serviva a risolvere niente. Eppure decise di lasciarlo lì. Dopo cena lasciarono ancora per un po’ la tovaglia sul tappeto. Portarono via soltanto le scatole vuote e sistemarono alcuni cuscini davanti al divano. Bennor rimase al proprio posto, evidentemente convinto che la parte migliore della serata fosse già terminata.
Sul televisore comparve il menu del film scelto per la serata. Lumilosa aveva promesso qualcosa che facesse paura soltanto un po’. La zia non sembrava del tutto convinta della sua idea di un po’, ma si accomodò accanto a lei senza protestare. Pochi istanti dopo, le luci si abbassarono e il film iniziò. Fuori, il temporale decise di collaborare. Ogni scena più tesa sembrava accompagnata da un colpo di vento.
Quando sullo schermo compariva una finestra buia, qualche ramo graffiava il vetro del soggiorno. Quando la musica aumentava, un tuono arrivava poco dopo. Lumilosa si rannicchiò progressivamente contro un cuscino. Non avrebbe mai ammesso che alcune scene le facessero impressione. La zia non glielo chiese. A metà film arrivò un tuono talmente forte che entrambe sobbalzarono nello stesso istante. Si guardarono.
Per qualche secondo tentarono di rimanere serie. Poi scoppiarono a ridere. Bennor aprì gli occhi. Sollevò la grossa testa nera. Le osservò. Controllò il soggiorno. Quindi tornò ad appoggiare il muso sulle zampe. Pochi minuti dopo dormiva di nuovo. Quando il film terminò, la pioggia continuava a cadere. Non più con la stessa violenza, ma abbastanza da riempire ogni pausa della casa.
Nel frattempo la zia aveva preparato due tazze calde. Una era rimasta sul tavolino quasi piena; l’altra Lumilosa la teneva ancora tra le mani. La zia raccolse quella vuota e un paio di piattini. Stava per portarli in cucina quando la lampada sopra il tavolo tremolò. Una volta. Poi un’altra. Lumilosa alzò lo sguardo. La luce si spense. Tutto diventò nero. La zia rimase ferma con le stoviglie tra le mani.
Poi tornò sui propri passi e le appoggiò sul tavolino. Per qualche secondo nessuna delle due si mosse. Senza televisore, lampade e rumori domestici, il temporale sembrò improvvisamente molto più vicino. La pioggia contro i vetri. Il vento. Un tuono lontano. Poi si accese la torcia del telefono. Nel piccolo cerchio di luce comparve il viso della zia. Non sembrava particolarmente preoccupata.
Aprì un cassetto del mobile del soggiorno e tirò fuori una scatola. Dentro c’erano candele di ogni forma e dimensione. Lumilosa la guardò. La zia sollevò appena le spalle. Evidentemente non era il primo blackout della sua vita. Accesero le candele una dopo l’altra. Il soggiorno cambiò. Le ombre cominciarono a muoversi lentamente sulle pareti. Le fiamme si riflettevano sui vetri e il camino conservava ancora un piccolo fuoco.
Sembrava quasi un’altra casa. Più antica. Più piccola. Più silenziosa. Fu allora che Bennor si alzò. Non di scatto. Prima sollevò la testa. Poi le orecchie. Infine si mise in piedi e guardò verso la finestra. Lumilosa seguì il suo sguardo. Fuori qualcosa si mosse. Una sagoma scura attraversò il giardino. Sparì dietro l’acero. Lumilosa si avvicinò al vetro. Un lampo illuminò il prato. Per un istante vide di nuovo qualcosa.
Basso. Veloce. Poi nulla. La zia raggiunse la finestra con la torcia. Rimasero entrambe a osservare. Bennor, invece, si avvicinò alla porta finestra e annusò lungo il bordo. Un altro movimento. Più vicino. Sotto il portico. Poi due piccoli occhi rifletterono la luce. Lumilosa trattenne il respiro. La zia aprì appena la porta. Una piccola forma bagnata entrò di corsa nel soggiorno. Era un gatto. Magro. Completamente zuppo.
Il pelo aderiva al corpo e lo faceva sembrare ancora più piccolo. Rimase fermo sul pavimento, incerto se quella casa fosse davvero più sicura del temporale. Poi emise un miagolio sottile. La tensione svanì in un istante. Il terribile abitante del giardino era alto poco più di una spanna. La zia prese un asciugamano. Si abbassò senza cercare di afferrarlo. Aspettò. Lumilosa pensò immediatamente a Ernesto. Ad Arturo.
Alla vecchia coperta sulla panchina. Al tempo necessario per capire di potersi fidare. Il gatto esitò. Poi fece un passo. E un altro. Alla fine si lasciò avvolgere nell’asciugamano. Tremava. La zia lo asciugò lentamente, senza stringerlo. Bennor osservava poco distante. Non abbaiò. Non avanzò di colpo. Si avvicinò con cautela e allungò il muso. Il gatto rimase immobile. I due si annusarono. Un secondo. Due.
Poi Bennor arretrò e si sdraiò sul tappeto. Il gatto, ancora avvolto nell’asciugamano, smise lentamente di tremare. Sembrava che il guardiano di casa avesse deciso che, almeno per quella notte, l’ospite poteva restare. La corrente non tornò. La zia guardò il divano. Poi Lumilosa. Non servì dire molto. Era la seconda vecchia tradizione delle giornate speciali.
Quando Lumilosa era piccola e rimaneva a dormire, ogni tanto il divano si trasformava in un letto enorme. Cuscini ovunque. Coperte pesanti. Una torcia o una piccola lanterna. E la sensazione che dormire in soggiorno fosse molto più avventuroso che dormire in una camera vera. La zia aprì il divano letto. Dal mobile comparvero un vecchio plaid a quadri, cuscini e coperte. Lumilosa accarezzò il plaid. Anche quello era lo stesso.
Un po’ più consumato sugli angoli, forse. Ma era lui.
«Lo hai tenuto.»
La zia lo sistemò sul letto.
«Certe cose non si buttano.»
Lumilosa non chiese quali. Lo capiva. Quella sera non serviva nemmeno fingere di vivere un’avventura. Fuori c’era un temporale. Dentro c’erano candele, un camino acceso e un gatto comparso dal buio. Bennor occupò con sorprendente rapidità uno degli angoli migliori del divano letto. Lumilosa provò a spostarlo. Il grosso cane si limitò a diventare improvvisamente molto pesante. La zia rise e gli lasciò il posto.
Il resto della notte poteva organizzarsi intorno a lui. Il gatto si sistemò invece vicino al camino. Per la prima volta da quando era entrato, chiuse gli occhi. Il temporale cominciava ad allontanarsi. I tuoni arrivavano più deboli. La pioggia aveva perso la violenza delle ore precedenti. Seduta sotto il plaid, la zia raccontò che da ragazza i temporali le erano sempre piaciuti. Non perché non facessero paura.
Qualche volta gliene avevano fatta. Ma quando arrivavano, sua nonna radunava tutti in cucina. Una grande coperta. Qualcosa di caldo da bere. Storie. E l’attesa che il vento passasse. Lumilosa ascoltava. Non servivano molte parole per immaginare quella cucina. Una finestra che tremava. Le tazze sul tavolo. Qualcuno che raccontava. Qualcun altro che ascoltava. Forse certe cose non sparivano davvero.
Passavano semplicemente da una casa all’altra. Da una nonna a una nipote. Da una coperta a un plaid a quadri. Da un temporale a quello successivo. Lumilosa cercò il taccuino. Scrisse:
Un temporale enorme.
Un film un po’ pauroso. Una casa senza luce. Un gatto arrivato dalla pioggia. Poi, sotto:
Le serate più belle a volte cominciano quando i programmi cambiano.
La zia lesse la frase. Non disse niente. Prese il proprio taccuino e scrisse qualcosa anche lei. Lumilosa provò a sbirciare. La zia lo chiuse prima. Quella era una delle regole non scritte dei taccuini. Certe cose si potevano condividere. Altre dovevano avere il tempo di rimanere soltanto sulla pagina. Al mattino Lumilosa si svegliò con il profumo del caffè e il ticchettio delle ultime gocce che cadevano dal tetto.
Per alcuni secondi non ricordò dove fosse. Poi vide il plaid. I cuscini. Bennor addormentato ai piedi del divano letto. E il piccolo gatto raggomitolato vicino al camino ormai spento. La notte tornò tutta insieme. Il temporale. Il picnic sul tappeto. Il film. Il blackout. La sagoma nel giardino. La zia era già sveglia. Seduta vicino alla finestra, teneva una tazza tra le mani e guardava fuori. Il cielo si stava aprendo.
Tra le nuvole comparivano piccoli spazi azzurri e il sole faceva brillare le gocce rimaste sulle foglie. La casa aveva quell’aspetto un po’ disordinato delle mattine dopo qualcosa di bello. Coperte ovunque. Il plaid mezzo scivolato dal divano. Le tazze che il blackout aveva lasciato sul tavolino. Una candela consumata fino quasi alla base. Lumilosa rimase qualche minuto senza alzarsi.
Non aveva fretta di rimettere tutto a posto. Quando finalmente raggiunsero la cucina, prepararono la colazione. Al gatto diedero acqua e qualcosa da mangiare. Bennor rimase poco distante, attento a ogni movimento del nuovo arrivato. Il piccolo ospite mangiò. Poi si avvicinò al cane. Bennor lo annusò ancora una volta. Il gatto gli passò accanto e si sistemò sul tappeto. Il gigante nero non si mosse.
La convivenza temporanea sembrava approvata. Più tardi tornò anche lo zio. Entrò nel soggiorno, si fermò davanti ai cuscini ancora sparsi e vide il gatto. Guardò la zia. Poi Lumilosa. Nessuna delle due sembrava intenzionata a fornire una spiegazione breve. Alla fine si limitò ad appoggiare la valigia. Il gatto gli andò incontro.
Bennor infilò immediatamente la testa sotto la sua mano, reclamando le attenzioni dovute dopo tante ore di assenza. Nel giro di pochi minuti la casa aveva ripreso il proprio ritmo. Nel pomeriggio arrivò il momento di andare. Il divano era tornato al suo posto. Le candele erano state riposte. La tovaglia del picnic era di nuovo piegata nel mobile. Il plaid era tornato nell’armadio.
Del temporale rimanevano soltanto rami bagnati, qualche foglia incollata al vialetto e piccole pozzanghere che Bennor avrebbe probabilmente ispezionato alla prima occasione. Lumilosa infilò il taccuino nello zaino. Prima di chiuderlo rilesse le frasi della sera precedente. Ci sono cose che diventano più belle quando tornano. E poco sotto:
Le serate più belle a volte cominciano quando i programmi cambiano.
Quella notte aveva riportato indietro due vecchie abitudini. Il picnic sul tappeto. Il campeggio sul divano. Lumilosa non era più la bambina che trasformava il salotto in un prato o in una tenda. Eppure, per qualche ora, una parte di quella bambina era tornata a sedersi accanto al camino. Salutò lo zio. Abbracciò la zia. Poi si chinò verso Bennor.
Il cane le appoggiò il muso contro la spalla, questa volta risparmiandole la leccata. Stava per uscire quando il gatto attraversò il corridoio. La luce del pomeriggio lo colpì di lato. Qualcosa brillò sotto il pelo ormai asciutto. Lumilosa si fermò.
«Zia.»
Marianna si voltò. Sotto il collo del gatto c’era una sottilissima striscia scura. Un collarino. La sera prima, con il pelo bagnato, nessuna delle due lo aveva notato. Lumilosa si avvicinò lentamente. Dal collarino pendeva una piccola medaglietta. Il gatto la lasciò arrivare abbastanza vicino da poterla prendere delicatamente tra due dita. Da un lato c’era inciso un nome. Dall’altro, un numero di telefono.
Lumilosa guardò la zia. Marianna aveva già preso il cellulare.
«Direi che qualcuno potrebbe essere molto contento di sapere dove ha passato la notte.»
La telefonata durò poco. Dall’altra parte rispose una voce prima preoccupata, poi improvvisamente sollevata. Il gatto mancava dalla sera precedente. Durante il temporale era riuscito a uscire e, da allora, lo stavano cercando. Abitava poco distante. Sarebbero venuti subito a prenderlo. Lumilosa guardò il piccolo ospite.
Per una notte aveva dormito vicino al loro camino, mangiato nella loro cucina e ottenuto persino l’approvazione di Bennor. Adesso sapevano che, da qualche parte, qualcuno lo stava aspettando. Poco dopo suonò il campanello. Il gatto sollevò immediatamente la testa. Dall’altra parte della porta arrivò una voce. Non servì altro. Corse verso l’ingresso con una sicurezza che la sera prima non aveva avuto.
Bennor lo seguì fino a metà corridoio. Si fermò. Il gatto gli passò vicino. I due si annusarono un’ultima volta. Poi il piccolo ospite uscì. Lumilosa lo guardò attraversare il portico e allontanarsi insieme a chi era venuto a riprenderlo. Sul vialetto rimanevano ancora alcune pozzanghere. Il cielo, invece, si stava finalmente aprendo. La zia richiuse la porta.
Bennor tornò verso il soggiorno come se la questione potesse considerarsi ufficialmente conclusa. Lumilosa sorrise. Poi infilò definitivamente il taccuino nello zaino. Quella notte aveva riportato indietro due vecchie abitudini. Il picnic sul tappeto. Il campeggio sul divano. E aveva portato dentro casa qualcosa di nuovo, anche se soltanto per poche ore. Le serate più belle a volte cominciano quando i programmi cambiano.
E, qualche volta, finiscono semplicemente quando ognuno torna dove qualcuno lo sta aspettando.

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