9. La notte delle zucche illuminate

Ottobre era uno dei mesi preferiti di Lumilosa. Non soltanto per Halloween. Anche se la possibilità di trovare più dolci del solito in giro per casa aveva sicuramente il suo peso. Le piaceva perché, con l’avvicinarsi della fine del mese, la casa della zia cominciava a cambiare.
Dal solaio scendevano scatole rimaste chiuse per quasi un anno. Comparivano piccole lanterne, ragnatele finte, sagome di pipistrelli e oggetti che Zia Marianna conservava con una cura incomprensibile per chiunque non conoscesse il suo modo di festeggiare. Per lei una ricorrenza non era semplicemente una data sul calendario. Era qualcosa da preparare. Possibilmente esagerando un po’.
Quell’anno tutto cominciò con tre grandi zucche arancioni. La zia le posò una accanto all’altra vicino alla porta e rimase a osservarle con le mani sui fianchi. Lumilosa conosceva quell’espressione. Stava già immaginando qualcosa. Bennor, sdraiato vicino alla finestra, sollevò la testa. Guardò le zucche. Guardò la zia. Poi appoggiò nuovamente il muso sulle zampe.
Qualunque progetto stesse per nascere, il grosso cane sembrava disposto a occuparsene soltanto quando fosse diventato davvero necessario. La zia, invece, aveva già deciso. Per Halloween il giardino avrebbe dovuto trasformarsi. Non semplicemente decorato. Trasformato. Nei giorni successivi comparvero ragnatele tra i cespugli, piccoli ragni di plastica nascosti tra le foglie e pipistrelli scuri appesi ai rami.
Alcune lanterne vennero sistemate lungo il vialetto. Altre finirono tra le piante. Lumilosa aiutava la zia a spostare, appendere e ricominciare da capo ogni volta che Marianna decideva che una decorazione sarebbe stata "molto più inquietante" mezzo metro più a sinistra.
Bennor seguiva i lavori a modo suo. Ogni nuovo oggetto veniva annusato. Una ragnatela finta ricevette un controllo particolarmente accurato. Un ragno di plastica fu osservato a lungo, poi ignorato. Quando una delle sagome di pipistrello cominciò a muoversi sotto una folata di vento, il gigante nero la seguì con gli occhi finché non ebbe stabilito che non meritava ulteriori attenzioni. Alla fine tornò davanti alla porta e si sdraiò. Il guardiano di casa aveva evidentemente approvato le modifiche.
Le zucche furono un’altra storia. La prima avrebbe dovuto avere un grande sorriso. Quando la zia finì di intagliarla, Lumilosa rimase qualche secondo a guardarla. Il sorriso c’era. Era soltanto un po’ troppo entusiasta. Sembrava quello di qualcuno felicissimo di vederti entrare e non altrettanto disposto a lasciarti andare via.
La seconda avrebbe dovuto essere spaventosa. Risultò sorpresa. Aveva due occhi enormi e una bocca spalancata che sembravano raccontare lo stupore di una zucca appena informata dell’esistenza di Halloween.
La terza venne meglio. O almeno nessuna delle due riuscì a stabilire con precisione quale emozione esprimesse.
Quando inserirono le candele, però, ogni imperfezione scomparve. Le fiamme tremolavano dietro i tagli e trasformavano quelle facce storte in qualcosa di vivo.Lumilosa decise che erano perfette proprio perché non lo erano.
Il pomeriggio del 31 ottobre la cucina venne occupata da un altro progetto. Mele candite. Lumilosa le aveva sempre viste rosse, lucide e perfettamente rotonde. Quelle preparate dalla zia furono sicuramente rosse. Quanto al resto, la situazione era più complicata. Una aveva accumulato così tanta copertura su un lato da non riuscire quasi a stare in piedi.
Un’altra aveva sviluppato una specie di collina zuccherata intorno al bastoncino. La terza era bella. Talmente bella che entrambe evitarono di toccarla per non compromettere l’unico successo della produzione. La zia osservò il risultato con le mani appoggiate al tavolo. Poi spostò discretamente in primo piano il cestino dei biscotti e delle caramelle. Le mele sarebbero rimaste un esperimento domestico. Lumilosa non ebbe nulla da obiettare. Quella con la collina di zucchero era già stata scelta come propria.
Quando arrivò la sera, il giardino non assomigliava più a quello di sempre. Una foschia sottile rendeva più lontani gli alberi e nascondeva in parte il fondo del vialetto. Le ragnatele catturavano la luce delle lanterne. I pipistrelli oscillavano lentamente.
Ogni volta che il vento attraversava i cespugli, i piccoli ragni sembravano spostarsi. Le tre zucche erano ancora spente. Lumilosa uscì insieme alla zia per accenderle. Una fiamma. Poi la seconda. Infine la terza. Il sorriso inquietante si illuminò per primo. La zucca sorpresa sembrò ancora più sorpresa. L’ultima rimase più scura delle altre, con soltanto due piccole lame di luce negli occhi.
Lumilosa stava per rientrare quando si accorse che la zia era rimasta accovacciata vicino a una delle zucche. Marianna teneva ancora il fiammifero spento tra le dita. Guardava la luce. Per qualche istante sembrò essere altrove. Lumilosa non disse niente. Aveva imparato che certi silenzi della zia non andavano riempiti in fretta. Marianna sfiorò il bordo della zucca.
«Quando ero piccola mi raccontavano che una luce lasciata accesa poteva indicare la strada.»
Lumilosa si sedette sul gradino accanto a lei.
«A chi?»
La zia guardò la fiamma.
«A chi aveva bisogno di ritrovare casa.»
Non aggiunse altro. Non serviva. Sul suo viso era comparsa quell’espressione quieta che Lumilosa aveva già visto altre volte, quando un profumo, una vecchia ricetta o un oggetto riportavano per un istante qualcuno nella stanza. La giovane tornò a guardare le zucche. Fino a poco prima erano state decorazioni. Improvvisamente sembravano qualcosa di diverso. Piccoli punti di luce. Non abbastanza forti da cancellare il buio.
Abbastanza, però, da dire che lì c’era una casa. La zia si rialzò. Bennor le aveva raggiunte senza che se ne accorgessero. Si fermò vicino a Marianna. Lei gli appoggiò una mano sulla testa. Il cane rimase immobile, gli occhi rivolti verso il vialetto illuminato. Per qualche minuto nessuno dei tre ebbe bisogno di fare altro. Poi il campanello suonò. Halloween era cominciato. I primi bambini arrivarono accompagnati dai genitori.
Un piccolo vampiro continuava a inciampare nel proprio mantello. Una zucca con due gambe sottilissime cercava di tenere dritto un enorme cappello verde. Un fantasma procedeva tenendo il lenzuolo sollevato con una mano perché i fori per gli occhi non coincidevano esattamente con i suoi. La zia distribuiva biscotti e caramelle. Lumilosa teneva d’occhio il cestino. Bennor era sistemato poco distante dalla porta.
Alcuni bambini si avvicinavano subito. Altri rallentavano appena vedevano quanto fosse grande. Il cane si lasciava osservare con la tranquillità di chi aveva già concluso che quella strana processione di streghe, scheletri e vampiri non costituisse un problema. Ogni tanto una mano piccola si allungava verso il suo pelo. Bennor annusava. Se la mano rimaneva tranquilla, si lasciava accarezzare.
Poco dopo arrivarono bambini più grandi. Costumi più elaborati. Zombie. Scheletri. Maghi. Una bambina con un cappello da strega così largo che ogni volta che si voltava rischiava di colpire qualcuno. Un ragazzo era vestito da detective. Aveva persino una piccola lente d’ingrandimento. La zia gli mise una caramella nel cestino e gli disse soltanto:
«Questa è sospetta.»
Il detective la esaminò con molta serietà. Lumilosa dovette voltarsi per non ridere. La serata continuò così. Campanello. Passi sul vialetto. Dolcetto o scherzetto. Risate. Poi di nuovo silenzio. E ogni volta, nella pausa tra un gruppo e l’altro, le tre zucche continuavano a brillare nella foschia. Fu durante una di quelle pause che Bennor cambiò atteggiamento. Fino a quel momento era rimasto sdraiato.
All’improvviso sollevò la testa. Le orecchie si mossero. Poi si alzò. Lumilosa lo guardò. Il cane fissava il cancello. Non abbaiava. La coda era ferma. Il naso si sollevò appena, cercando qualcosa nell’aria. Dalla foschia comparvero due figure. Due bambini. Camminavano uno accanto all’altro. Piano. Non correvano come gli altri. Non avevano cestini.
Uno indossava un cappotto scuro e un cappello. L’altra aveva un vestito chiaro e una piccola maschera sul viso. Lumilosa non riuscì a capire da cosa fossero travestiti. Forse da niente. Bennor fece qualche passo verso il cancello. Si fermò. I due bambini arrivarono davanti alle zucche. Non guardarono il cestino dei dolci. Guardarono le luci. La zia aprì il cancello.
«Volete qualcosa?»
Entrambi scossero la testa. Lumilosa pensò di aver capito male. Quella sera nessuno aveva ancora rifiutato una caramella. Il bambino con il cappello guardò la zucca sistemata più vicino al vialetto. La fiamma gli illuminava appena il viso. Poi disse:
«È bello quando qualcuno accende una luce senza aspettarsi niente in cambio.»
La zia rimase immobile. Lumilosa sentì qualcosa stringerle leggermente lo stomaco. Non paura. Non proprio. Era soltanto una frase strana da sentire da un bambino. Soprattutto quella sera. La bambina con la maschera sorrise. Poi entrambi salutarono. Si voltarono e ripresero a camminare. Bennor li seguì con gli occhi. Le loro sagome diventarono sempre meno nitide. Poi la foschia le inghiottì. La strada tornò vuota.
Per qualche secondo nessuno parlò. La zia guardava ancora il cancello. Bennor anche. Poi il campanello suonò di nuovo. Altri bambini arrivavano lungo il vialetto. Halloween riprese come se nulla fosse accaduto. Più tardi la zia chiese a un gruppo arrivato dalla stessa direzione se avesse incontrato due bambini. Nessuno li aveva visti. Un altro gruppo rispose la stessa cosa.
Lumilosa cominciò a osservare la strada ogni volta che il cancello si apriva. I due bambini non tornarono. La foschia, invece, rimase. Verso la fine della serata il cestino era quasi vuoto. Le candele nelle zucche si erano abbassate. I pipistrelli di cartoncino continuavano a muoversi lentamente sopra la porta. Bennor era tornato vicino all’ingresso. Non dormiva.
Ogni tanto guardava verso il punto in cui i due bambini erano scomparsi. Quando l’ultimo gruppo se ne andò, la zia raccolse il cestino. Lumilosa rimase ancora qualche minuto fuori. Le tre zucche illuminavano appena il vialetto. La foschia cominciava a diradarsi. Prese il taccuino. Scrisse:
31 ottobre.
Questa sera sono passati vampiri, fantasmi, streghe, scheletri e un detective molto serio. Si fermò. Poi continuò. Due bambini non hanno chiesto niente. Hanno guardato le luci. Bennor li ha osservati in modo diverso da tutti gli altri. Sotto riportò la frase:
È bello quando qualcuno accende una luce senza aspettarsi niente in cambio.
Rilesse. Non aggiunse ipotesi. Per una volta non ne aveva. Chiuse il taccuino. La zia era sulla porta. Non le chiese cosa avesse scritto. Lumilosa non domandò a cosa stesse pensando. Rientrarono.
Più tardi la casa tornò silenziosa. Le decorazioni erano ancora fuori e le zucche avrebbero continuato a illuminare il vialetto ancora per un po’. Bennor dormiva davanti al camino. Lumilosa, invece, continuava a pensare ai due bambini. Alla loro calma. Al fatto che non avessero voluto dolci. E soprattutto a quella frase. È bello quando qualcuno accende una luce senza aspettarsi niente in cambio. Si avvicinò alla finestra.
La foschia si era quasi dissolta. La strada era vuota. Una delle candele tremolò dentro la zucca più vicina al cancello. Lumilosa ripensò alle parole della zia: una luce poteva servire a indicare la strada a chi aveva bisogno di ritrovare casa. Guardò ancora una volta verso il punto in cui i due bambini erano scomparsi. Forse era stata soltanto una strana coincidenza. Forse no. La fiamma oscillò ancora.
Bennor dormiva davanti al camino.
Lumilosa lo guardò per un istante.
Anche lui, pensò, un giorno aveva dovuto trovare la strada verso casa. E quella sera Lumilosa decise che alcune domande potevano aspettare anche senza avere subito una risposta.

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