2. Due trecce e un nuovo inizio
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Ci sono momenti dell’anno che arrivano sempre un po’ prima del previsto. All’inizio delle vacanze, il primo giorno di scuola sembra lontanissimo. Poi, quasi senza accorgersene, agosto finisce. Le giornate si accorciano. Le valigie tornano negli armadi. I costumi da bagno vengono piegati e sistemati nei cassetti, mentre sul tavolo ricompaiono quaderni, astucci e libri ancora intatti. Anche i ricordi dell’estate cominciano lentamente a trovare il loro posto. Restano nelle fotografie.
In qualche conchiglia dimenticata in una tasca. In un biglietto infilato dentro un libro. In un profumo che, passando per una stanza, fa tornare alla mente una sera particolare. Lumilosa aveva ancora negli occhi l’estate appena trascorsa. E forse proprio per questo non aveva nessuna fretta di pensare alla scuola. Peccato che i compiti delle vacanze non fossero dello stesso parere. Sul tavolo della cucina, quel pomeriggio, c’era un quaderno aperto, quello di matematica.
La matematica non era mai stata la materia preferita di Lumilosa.
I numeri le sembravano ordinati, precisi, tutti in fila come se avessero paura di uscire dal proprio posto. Le parole, invece, le lasciavano spazio: potevano correre, cambiare strada, inventare immagini e portare la fantasia molto più lontano. Sapevano dove andare anche quando una regola non c’era. Lumilosa fissava una pagina piena di numeri. Accanto a lei, Zia Perfetta aveva sistemato gli occhiali rotondi sul naso e teneva una penna tra le dita.
Il suo taccuino color crema era aperto poco più in là. Non stava scrivendo. Stava aspettando. Era uno dei suoi modi preferiti di aiutare. Bennor occupava lo spazio sotto il tavolo. Il grande corpo nero faceva quasi scomparire le gambe delle sedie. Le quattro zampe bianche spuntavano dal buio, ancora più evidenti contro il pelo nero. Aveva gli occhi chiusi. Ma non dormiva davvero. Con Bennor era sempre difficile stabilirlo.
Lumilosa fece scorrere la matita lungo una riga di numeri. Poi la lasciò cadere.
«Non mi piace.»
Marianna guardò il quaderno.
«Lo so.»
Lumilosa sollevò gli occhi.
«Come fai a saperlo?»
La zia indicò appena il suo viso.
«Perché fai quella faccia.»
Lumilosa provò a cambiarla. Non servì. Marianna sorrise. Prese il foglio e lo avvicinò. Non cancellò nulla. Non scrisse la soluzione. Indicò soltanto il primo passaggio.
«Non guardarlo tutto insieme.»
Lumilosa seguì il dito.
«Tutto insieme sembra troppo. Prendiamone un pezzo alla volta.»
Il problema rimase lì. Sempre lo stesso. Solo un po’ meno grande. Lumilosa riprese la matita. Fece il primo calcolo. Controllò. Andò avanti. A metà esercizio si fermò di nuovo. Bennor aprì un occhio.
Lumilosa se ne accorse.
«Non guardarmi così.»
Il cane richiuse l’occhio. Marianna nascose un sorriso.
«Credo che stia aspettando il biscotto.»
Lumilosa guardò verso il piattino. C’era un solo biscotto rimasto. Bennor riaprì gli occhi. Questa volta la ragazza non ebbe dubbi: il cane sapeva esattamente dove fosse il biscotto. Il pomeriggio scivolò via lentamente. Un esercizio. Una cancellatura. Un calcolo rifatto da capo. Qualche sospiro.
Ogni tanto Zia Perfetta lasciava che Lumilosa rimanesse da sola davanti al problema. Non tutte le difficoltà hanno bisogno di una risposta immediata. A volte hanno bisogno di qualche minuto. Quando arrivò all’ultimo esercizio, la luce fuori dalla finestra era già cambiata. Lumilosa scrisse l’ultima riga. Rimase a guardarla. Poi chiuse il quaderno.
«Finito.»
Marianna lo prese. Controllò le pagine con attenzione. Una dopo l’altra. Poi lo richiuse.
«Finito davvero.»
Lumilosa si lasciò andare contro lo schienale.
«Quindi sono diventata brava?»
La zia la guardò.
«Sei diventata più brava di ieri.»
Lumilosa ci pensò. Non era la risposta che si aspettava. Ma forse era meglio.
«È una frase da Zia Perfetta.»
«Probabile.»
Bennor uscì da sotto il tavolo proprio in quel momento. Appoggiò il muso sulle ginocchia di Lumilosa. Il biscotto era ancora sul piattino. La ragazza lo guardò.
«Tu non hai faticato quanto me!»
Bennor rimase immobile. La sua espressione non cambiò. Poi Lumilosa prese il biscotto e glielo porse. Il cane lo fece sparire in un attimo. La matematica era finita. La giornata poteva continuare. Quella sera, quando in casa tornò il silenzio, Marianna aprì il taccuino. La pagina era bianca.
Scrisse:
Oggi Lumilosa ha finito gli ultimi compiti delle vacanze. Rimase con la penna sospesa.
Poi aggiunse:
La matematica non è diventata più facile. Una piccola pausa. Lei, però, non si è arresa. Poi rilesse quelle parole. Non aggiunse altro. Richiuse il taccuino. Sul tavolo era rimasta una gomma con un angolo consumato. La prese e la ripose nell’astuccio. Anche quella, in qualche modo, apparteneva alla giornata.
La mattina del primo giorno arrivò troppo presto. Lumilosa era già pronta e stava facendo colazione quando arrivò Zia Perfetta. Lo zaino era appoggiato vicino alla porta. Le scarpe erano pulite. I capelli erano stati raccolti in due trecce. Marianna le guardò per un momento. Due trecce bionde che le cadevano sulle spalle. Alcune ciocche si erano già liberate vicino alle tempie. Era un dettaglio piccolo.
Eppure le fece tornare alla mente tante altre mattine. Lumilosa più piccola. Le scarpe slacciate. Le tasche piene di sassolini. Una foglia raccolta durante una passeggiata e custodita per giorni come un tesoro. Una domanda fatta proprio quando tutti pensavano che fosse ora di andare a dormire. La zia aveva conservato molte di quelle cose. Non tutte in un cassetto. Alcune nel taccuino.
Altre nella memoria.
«Buon primo giorno», disse la zia, prima di lasciarla agli ultimi preparativi del mattino.
Lumilosa sorrise e si diresse verso il bagno. Nel tragitto verso casa, Marianna ripensò a quel sorriso. Solo qualche anno prima, il primo giorno di scuola, Lumilosa le stringeva la mano così forte da lasciarle le dita indolenzite. Ora aveva salutato con un sorriso e sarebbe andata a scuola da sola. Le sembrava ancora strano pensarlo.
Nella sua memoria c’era ancora la bambina dalle domande impossibili, quelle che arrivavano all’improvviso e lasciavano sempre qualcosa su cui riflettere. Eppure, quella mattina, davanti a lei c’era una ragazza con le trecce e un mondo che cominciava ad oltre i confini entro cui la zia poteva accompagnarla. Forse crescere era proprio questo: continuare a riconoscere qualcuno, anche quando comincia a diventare diverso da come lo ricordavi. Quando aprì il cancello di casa, un movimento attirò la sua attenzione.
Bennor era in giardino. Il grosso cane la aspettava con il guinzaglio tra i denti. La coda si muoveva lentamente, mentre gli occhi non lasciavano dubbi sulle sue intenzioni. Era arrivato il momento della passeggiata. Marianna sorrise e gli prese il guinzaglio. Non serviva decidere dove andare: Bennor avrebbe scelto la strada.
Procedeva con il naso basso, fermandosi di tanto in tanto davanti a un cespuglio, a un cancello o a un angolo di muro. Restava immobile per qualche secondo, intento a seguire odori che lei non riusciva neppure a percepire. Per Bennor il mondo era pieno di tracce. Odori lasciati durante la notte, passi sconosciuti, animali passati di lì, foglie mosse dal vento. Poi ripartiva, tranquillo, come se avesse appena letto una pagina che soltanto lui sapeva decifrare.
La zia lo seguiva, lasciando che fosse lui a scegliere la direzione. Quella mattina aveva già pensato abbastanza al futuro. Per il momento le bastava camminare. Poi vide la scuola. Marianna rimase qualche passo indietro. Bennor si fermò. Il cane guardò verso il cancello. Poi guardò la zia. Lei appoggiò una mano sul suo dorso. Vide Lumilosa.
Era davanti al cancello insieme ad alcuni compagni. Indossava un paio di bermuda blu, una maglia a righe bianche e rosse e sneakers bianche. Le due trecce spiccavano contro la maglia. Lumilosa parlava e rideva. Ogni tanto interrompeva qualcuno con un gesto della mano, poi riprendeva il racconto. Da quella distanza non riusciva a sentire cosa stesse dicendo Lumilosa. Le parole si perdevano nel movimento degli altri ragazzi, nel rumore della strada, nelle voci che si incrociavano davanti al cancello.
Ma non ne aveva davvero bisogno. La osservò parlare. Riconobbe quel piccolo movimento della testa che faceva quando stava raccontando qualcosa che le sembrava particolarmente interessante. Le mani si muovevano mentre parlava, prima veloci, poi improvvisamente ferme, come se anche loro avessero bisogno di aspettare il momento giusto. A un certo punto Lumilosa si interruppe. Marianna sorrise. Conosceva quella pausa.
Era quella che arrivava prima di una frase che, secondo Lumilosa, avrebbe cambiato completamente il racconto. Poi una delle ragazze disse qualcosa. Lumilosa inclinò appena la testa, spalancò gli occhi e sollevò le mani. La zia quasi riuscì a sentirla.
Non ci posso credere o forse E poi sapete cosa è successo?
Con Lumilosa era difficile stabilire dove finisse una storia e ne cominciasse un’altra. La vide ridere, piegando appena il capo all’indietro. Poi tornò seria per qualche secondo, ascoltando con attenzione. Subito dopo ricominciò a parlare, questa volta più lentamente, accompagnando le parole con piccoli gesti delle mani. Marianna avrebbe potuto indovinare quasi ogni frase. Non perché avesse davvero sentito. Perché conosceva Lumilosa.
Conosceva il modo in cui raccontava le cose, il modo in cui si emozionava, le pause che faceva quando cercava la parola giusta e quelle, molto più brevi, che precedevano qualcosa che non vedeva l’ora di dire. La guardò ancora per qualche istante. Da lontano sembrava già appartenere a quel mondo. E forse era proprio questo che la colpiva di più. Non era più la bambina che aveva bisogno di essere accompagnata. Era una ragazza che aveva cominciato a costruire da sola le proprie storie.
Forse stavano parlando dell’estate. Forse di qualcosa che era successo durante le vacanze. Forse di un compito. Forse di qualcuno che ancora non era arrivato. Non c’era bisogno di avvicinarsi. Quel momento non apparteneva a lei. Apparteneva a Lumilosa. Alla ragazza che stava lì, in mezzo agli altri, con le sue trecce, il suo zaino e una storia dell’estate ancora da raccontare. Marianna la guardò.
Per un istante ebbe la sensazione che il tempo avesse fatto una cosa strana. La ragazza davanti a lei era la stessa che aveva finito la matematica il pomeriggio prima. La stessa che da piccola infilava sassolini nelle tasche. La stessa che inseguiva Bennor. Eppure non era più esattamente la stessa. Terza media. Le parole erano semplici. Ma avevano un peso diverso. Dopo ci sarebbe stato altro.
Marianna non sapeva ancora cosa. Lumilosa neppure. Poi la ragazza si voltò. Come se avesse sentito di essere osservata. I suoi occhi incontrarono quelli della zia. Per un istante rimase sorpresa. Poi sorrise. Un sorriso grande, immediato. Alzò la mano.
Marianna fece lo stesso. Bennor agitò la coda. Lumilosa rimase ancora qualche secondo a guardare verso di loro. Poi suonò la campanella. Il gruppo cominciò a muoversi. Le voci si spostarono verso l’ingresso del cortile. Lumilosa fece un ultimo cenno con la mano, poi si voltò e attraversò il cancello. Le sue due trecce ondeggiarono per qualche passo, prima di confondersi tra la folla degli studenti e scomparire oltre l’ingresso. Marianna rimase ferma. Bennor tirò piano il guinzaglio.
La zia abbassò lo sguardo verso di lui.
«È cresciuta.»
Bennor la guardò e riprese a camminare. Marianna lo seguì. Dopo qualche passo si voltò. Il cancello era ancora aperto. La scuola era piena di voci. Ma Lumilosa non si vedeva più.
Quella sera, Marianna aprì il taccuino e scrisse:
Oggi Lumilosa ha cominciato la terza media. Guardò la frase.
Poi aggiunse: Una Zia Perfetta, forse, dovrebbe imparare anche questo: lasciare andare un poco alla volta, senza smettere di esserci. Perché chi ami, quando prende strade nuove, deve sapere che, voltandosi, troverà sempre qualcuno pronto a sorridergli. Lasciò la penna sul tavolo. Fuori, da qualche parte, una porta si chiuse. Bennor alzò la testa. Marianna rimase ad ascoltare per un momento. Poi richiuse il taccuino. Le due trecce erano ormai lontane. Ma, per quella sera, erano ancora lì.

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