4. Il taccuino dei tredici anni

Il giorno dopo il compleanno, Lumilosa si svegliò con ancora addosso qualcosa della festa. Non la musica. Non le risate. Quelle erano rimaste nella memoria. C’era piuttosto quella strana sensazione che rimane dopo una giornata piena, quando la casa è tornata silenziosa ma sembra ancora conservare le tracce di quello che è successo. Sul comodino c’era il telefono. Sul pavimento, vicino alla sedia, una delle scarpe che aveva indossato il giorno prima. E sulla scrivania, una fotografia stampata da poco.
Lumilosa la prese. Erano tutte insieme. Nessuna aveva gli occhi perfettamente aperti. Una stava ridendo. Un’altra aveva una ciocca di capelli davanti al viso. Era tutt’altro che perfetta. E proprio per questo le piaceva. La rimise al suo posto. Quel giorno avrebbe festeggiato con la famiglia.
A casa di Zia Marianna. Quando arrivò, rimase qualche secondo davanti al cancello. Era un’abitudine che aveva da sempre. Il momento prima di entrare. Non perché avesse bisogno di prepararsi. Ma perché da fuori riusciva già a sentire la casa. Una voce. Un piatto appoggiato sul tavolo. Una porta che si chiudeva.
Una risata proveniente dal salotto. E prima ancora di entrare, arrivava il profumo. Il ragù. Lumilosa sorrise. Era un profumo che non sembrava appartenere soltanto alla cucina. Portava con sé tavole apparecchiate, domeniche lente, piatti passati da una persona all’altra, racconti ascoltati più volte e discussioni che finivano quasi sempre con qualcuno che rideva. Era uno di quei profumi che non si dimenticano perché, in qualche modo, diventano parte di una casa. Suonò. La porta si aprì quasi immediatamente.
Zia Marianna aveva il grembiule legato in vita e una piccola traccia di farina sulla guancia. Lumilosa la guardò. Poi guardò oltre la sua spalla.
«Non hai resistito, vero?»
La zia finse di non capire.
«A cosa?»
Lumilosa indicò la farina. Zia Marianna si toccò la guancia. Rimase qualche secondo in silenzio.
«È decorativa.»
Lumilosa rise.
«Certo.»
«Entra prima che qualcuno finisca gli gnocchi.»
Quella era una minaccia seria. Dentro c’erano già tutti. La casa era piena di voci. Qualcuno raccontava qualcosa in salotto. Qualcuno chiedeva dove fossero i bicchieri. Dalla cucina arrivava il rumore delle posate. Bennor era sdraiato vicino alla finestra. Quando vide Lumilosa sollevò la testa. La coda cominciò a battere piano contro il pavimento.
Lei gli si avvicinò e gli accarezzò il muso.
«Come sta andando la festa?»
Bennor sbadigliò. Sembrava voler dire che aveva già cominciato da parecchio. Il tavolo era apparecchiato con una cura che apparteneva tutta a Zia Marianna. I piatti belli erano usciti dalla credenza. Quelli che venivano usati quando la giornata aveva qualcosa di speciale. I bicchieri erano lucidi. Al centro c’era un vaso basso con alcuni fiori semplici. I tovaglioli erano piegati con precisione.
E accanto a ogni posto c’era qualcosa di diverso: un piccolo dettaglio, una posata sistemata nel modo giusto, un bicchiere scelto apposta. Lumilosa rimase a guardare.
«Cosa c’è?»
«Niente.»
Zia Marianna la conosceva abbastanza da non crederle. Lumilosa sorrise.
«Questa casa sa sempre di qualcosa.»
«Di ragù?»
«No.»
Si guardò intorno.
«Di cose belle.»
Per un momento la zia non disse niente. Poi si limitò a sistemare un tovagliolo.
«Sediamoci prima che si raffreddi tutto.»
Gli gnocchi arrivarono fumanti. Il ragù era denso e profumato. Aveva passato ore sul fuoco e si sentiva al primo assaggio. Lumilosa prese il primo boccone e chiuse gli occhi. Non serviva dire niente. La zia la osservò con un’espressione soddisfatta.
«Bene.»
Lumilosa aprì gli occhi.
«Cosa?»
«Quella faccia.»
«Quale faccia?»
«Quella di quando approvi.»
«Non sapevo di avere una faccia del genere.»
«Ce l’hai.»
Poi arrivarono l’arrosto e le patate. Le patate sparirono rapidamente. Troppo rapidamente. Qualcuno cercò di prenderne un’ultima porzione. Il vassoio era vuoto. Tutti guardarono Zia Marianna. Lei si strinse nelle spalle.
«Avevo calcolato la quantità.»
«Per quante persone?»
«Per il doppio.»
Una risata passò intorno al tavolo. Bennor, sotto la sedia, sollevò il muso. Aveva sentito la parola “doppio”. Non era chiaro se stesse aspettando una seconda portata o semplicemente un miracolo. Dopo pranzo la casa rallentò. I piatti erano stati raccolti. Le conversazioni si erano fatte più tranquille. Qualcuno era rimasto in salotto. Qualcuno aveva aperto una finestra.
Poi Zia Marianna sparì in cucina. Lumilosa guardò Bennor.
«Quando fa così…»
Il cane la guardò.
«…sta arrivando qualcosa.»
Pochi secondi dopo la zia tornò. Tra le mani aveva una torta. Lumilosa rimase ferma. Era alta, ricoperta da una crema bianca e morbida. Tra uno strato e l’altro si intravedeva il cioccolato. Sopra, disposti con cura, c’erano i lamponi. Il rosso acceso della frutta spiccava sulla superficie chiara. Al centro brillavano tredici candeline. Per un momento Lumilosa non sentì più nessuno parlare.
Guardò la torta. Poi la zia.
«L’hai fatta tu?»
Zia Marianna sollevò un sopracciglio.
«Questa domanda comincia a diventare offensiva.»
Lumilosa rise. La torta arrivò sul tavolo. Zia Marianna accese le candeline. La luce tremolante delle fiammelle si rifletteva nei bicchieri. Lumilosa guardò le persone intorno a sé. Quelle che c’erano state quando era piccola. Quelle che avevano visto cambiare i suoi capelli, le sue domande, i suoi gusti, i suoi sogni. Pensò a quanto fosse strano crescere. Guardare avanti senza smettere di avere dietro di sé una lunga fila di persone, gesti e ricordi.
Chiuse gli occhi. Espresse un desiderio. Poi soffiò. Le tredici fiamme si spensero quasi insieme. Per un istante rimase soltanto un filo di fumo sopra le candeline. Dopo la torta arrivarono i regali. Carta strappata. Nastri. Scatole aperte.
Risate. Lumilosa ringraziò tutti. Ogni regalo sembrava avere qualcosa della persona che lo aveva scelto. Poi, sul tavolo, rimase un’ultima scatola. Era piccola. Avvolta in una carta semplice, color crema. Non aveva fiocchi grandi. Solo uno spago sottile. Lumilosa capì subito da chi veniva.
Guardò Zia Marianna. La zia non disse niente. E quello, forse, era già un indizio. Lumilosa prese la scatola. La pesò appena tra le mani. Leggera.
«È misteriosa?»
«Potrebbe esserlo.»
«C’è un indizio?»
«Uno.»
«Quale?»
«Aprila.»
Lumilosa rise. Sciolse lo spago. Tolse la carta con attenzione. Dentro c’era un taccuino. Non assomigliava ai taccuini che usava Zia Marianna. La copertina era di un verde salvia delicato, quasi polveroso, con una superficie morbida e opaca.
Al centro, inciso con discrezione, c’era il suo nome: Lumilosa.
Poco sotto compariva un piccolo ramo con alcune foglie, semplice, quasi nascosto nel colore della copertina. Lumilosa passò lentamente un dito sull’incisione.
«Perché le foglie?»
Zia Marianna la guardò per qualche secondo.
«Perché le foglie cambiano.»
Lumilosa aspettò. Con la zia, quasi sempre, c’era qualcos’altro.
«Nascono, crescono, cambiano colore. Ma il ramo da cui vengono rimane parte della loro storia.»
Lumilosa abbassò di nuovo gli occhi sul quaderno.
«È un’altra delle tue lezioni?»
«Potrebbe essere solo una decorazione.»
Lumilosa sorrise.
«Non ci credo.»
«Fai bene.»
Lo girò tra le mani. Era semplice. Ma aveva qualcosa. Forse proprio perché non diceva ancora che cosa sarebbe diventato. Aprì la copertina. Le pagine erano color crema, leggermente più calde della normale carta bianca. La prima non era bianca. C’era la calligrafia della zia. Lumilosa riconobbe subito quelle lettere ordinate.
Lesse. Cara Lumilosa, oggi hai tredici anni. Lungo la strada troverai persone pronte a dirti cosa significa diventare grande. Ascoltale. Poi scegli tu cosa tenere. Lumilosa si fermò. Continuò. Non avere fretta di avere tutte le risposte.
Ci sono domande che hanno bisogno di tempo. Questo taccuino è per quelle cose che non vuoi perdere. Una frase. Un ricordo. Un profumo. Una persona. Un posto dentro di te che magari ancora non sai di avere. Scrivici quello che vorrai. Anche niente, per un po’.
Le pagine vuote non hanno fretta. Con affetto, Zia Marianna Lumilosa rimase a lungo con gli occhi sulla pagina. Non disse niente. Passò un dito sul bordo della copertina verde. Poi chiuse lentamente il taccuino.
«È bellissimo.»
Zia Marianna sorrise.
«È vuoto.»
Lumilosa lo riaprì. Guardò tutte quelle pagine ancora intatte.
«Appunto.»
La zia non aggiunse altro. Non ce n’era bisogno. Prima di andare via, Lumilosa rimase qualche minuto in cucina. La casa si era fatta più tranquilla. Sul tavolo c’erano ancora alcune briciole di torta. Un bicchiere era rimasto vicino al lavandino. Bennor dormiva in un angolo, con una zampa allungata in avanti. Lumilosa teneva il taccuino contro il petto.
«Non so cosa scriverò.»
Zia Marianna stava mettendo a posto alcune tazze.
«Non devi saperlo.»
«Pensavo che un taccuino servisse per scrivere.»
«Anche per aspettare.»
Lumilosa la guardò. La zia prese una delle sue tazze preferite e la sistemò con cura nella credenza.
«Le cose importanti non sempre arrivano facendo rumore.»
Lumilosa abbassò gli occhi sul taccuino. La copertina verde sembrava quasi diversa nella luce della cucina. Più scura. Più profonda. Il piccolo ramo inciso sembrava quasi scomparire nell’ombra, mentre il suo nome restava appena visibile. Come se dentro ci fosse già qualcosa, anche se le pagine erano ancora vuote. Quella sera, a casa, Lumilosa appoggiò il taccuino sulla scrivania. Lo guardò per qualche minuto. La stanza era silenziosa.
Sul vetro della finestra si rifletteva la luce della lampada. Aprì la copertina. La prima pagina era quella della zia. La seconda era bianca. Completamente bianca. Lumilosa prese una penna. La tenne tra le dita. Pensò alla festa. Alle amiche.
Alle fotografie. Alla torta. Alle tredici candeline. Alla frase della zia. Alle domande che ancora non avevano una risposta. Poi, invece di scrivere, richiuse il taccuino. Lo lasciò sulla scrivania. Non aveva fretta. E forse, per una volta, neppure Zia Marianna avrebbe avuto bisogno di ricordarle che cosa fare.
Sulla scrivania, il telefono si illuminò per una nuova notifica. Lumilosa non lo guardò subito. Rimase ancora qualche secondo davanti al taccuino verde. Poi spense la lampada. La stanza rimase quasi completamente al buio. Solo una striscia di luce passava dalla porta socchiusa. E sul bordo della scrivania, appena visibile nell’ombra, il taccuino aspettava. Con tutte le sue pagine ancora da riempire.

Racconti correlati

9. La notte delle zucche illuminate
Ottobre era uno dei mesi preferiti di Lumilosa. Non soltanto per Halloween. Anche se la possibilità di trovare più dolci del solito in giro per casa aveva sicuramente il suo peso.

8. Le castagne sul fuoco
Fuori pioveva da ore. Dopo il temporale della settimana precedente, quella sembrava quasi una pioggia educata. Niente tuoni. Niente lampi. Niente vento contro le finestre.

