5. Il vino della credenza della nonna

Le prime settimane di terza media erano passate in fretta. Troppo in fretta. I taccuini nuovi avevano già gli angoli un po’ piegati, alcune pagine erano piene di appunti e altre di piccoli disegni comparsi ai margini durante le lezioni più lunghe. Sul calendario si erano già accumulati compiti, verifiche e interrogazioni. E poi c’era quella parola che gli adulti sembravano avere sempre sulla punta della lingua.
FUTURO. Lumilosa la sentiva comparire nelle conversazioni senza che nessuno la invitasse. Il futuro della scuola. Il futuro dopo la scuola. Il futuro da scegliere. A tredici anni le sembrava una parola enorme. Per il momento, però, il suo futuro poteva aspettare. Quel fine settimana, senza saperlo, avrebbe avuto molto più a che fare con il passato. Il venerdì pomeriggio tornò a casa con lo zaino ancora sulle spalle e trovò Zia Marianna in corridoio.
Aveva una valigia aperta ai piedi. Una valigia enorme. Lumilosa si fermò sulla soglia. Guardò la valigia. Poi la zia. Poi di nuovo la valigia.
«Partiamo per un mese?»
Zia Marianna si portò una mano al cuore.
«Che poca fiducia nelle mie capacità organizzative.»
Bennor era sdraiato sul divano. Aprì un occhio. La cerniera della valigia fece un rumore secco quando la zia la richiuse a metà. Lumilosa si avvicinò.
Dentro, ogni cosa aveva il suo posto: magliette e pantaloni piegati in pile precise, la biancheria raccolta in una piccola sacca, le scarpe chiuse nei loro sacchetti e un beauty sistemato in un angolo, abbastanza lontano dai vestiti da evitare qualunque possibile incidente. In una tasca interna aveva infilato anche un sacchetto vuoto per la biancheria usata e una piccola pochette con quelle cose che, secondo Zia Perfetta, era sempre meglio avere e non usare che cercare quando ormai era troppo tardi.
Lumilosa osservò per qualche secondo quell’ordine quasi perfetto.
«Tu fai la valigia come se dovesse essere controllata da qualcuno.»
Marianna sistemò meglio una maglietta che, secondo lei, sporgeva troppo.
«Si chiama essere preparati.»
«Si chiama portarsi dietro mezza casa.»
La zia controllò ancora una volta il contenuto, poi chiuse la cerniera.
«Solo la metà utile»
Bennor sollevò la testa, attirato dal movimento. Lumilosa tornò a guardare la zia.
«Dove andiamo?»
«In una tenuta vinivola.»
Lumilosa si illuminò.
«Una tenuta vera?»
«Una vera tenuta.»
La zia prese dalla borsa una busta con la prenotazione.
«Avevo organizzato questo fine settimana per lo zio.»
Per un momento abbassò gli occhi.
«Ma il lavoro ha deciso diversamente.»
Lo zio non sarebbe potuto partire. Lumilosa notò quel piccolo cambiamento sul volto della zia, durato appena un istante. Poi Marianna tornò a sorridere.
«E siccome i regali non sono fatti per rimanere chiusi in un cassetto, partiamo lo stesso.»
Bennor si alzò. Quello, per lui, era il momento più importante della conversazione. Il viaggio sembrò più breve del previsto. Forse perché fuori dal finestrino il paesaggio cambiava continuamente. Le case lasciavano spazio ai campi. I campi alle colline. Le colline alle vigne. Zia Marianna raccontava storie. Alcune erano sicuramente vere.
Altre, Lumilosa ne era quasi certa, erano nate pochi secondi prima.
«Secondo me quella casa una volta apparteneva a una famiglia che coltivava mele.«
Lumilosa guardò fuori.
«Perché?»
«Ha un’aria da mele.»
Bennor sbuffò dal sedile posteriore e avvicinò il muso al finestrino. Lumilosa si voltò verso di lui.
«Secondo me non è convinto che i paesaggi possano avere un’aria da mele.»
Marianna lo guardò nello specchietto.
«Lui non può saperlo.»
Bennor sollevò il naso e annusò l’aria con grande concentrazione. Lumilosa rise.
«Be’, sul fiuto forse ha qualcosa da dire.»
«Appunto.»
Lumilosa rise. Poco dopo comparvero le prime vigne. Il sole era già basso. La luce passava tra i filari e faceva brillare alcune foglie come piccoli frammenti d’oro. Quando scesero dall’auto, Lumilosa sentì subito il cambiamento dell’aria. Era più fresca. Sapeva di terra, erba e uva matura. Sotto le scarpe il terreno era leggermente umido. Da qualche parte arrivava il rumore di una porta che sbatteva piano.
Poi solo il vento. Le foglie delle viti si muovevano una contro l’altra con un fruscio leggero e continuo. Lumilosa rimase ferma. Respirò profondamente.
«È bellissimo.»
Zia Marianna guardò le vigne.
«Sì.»
Poi aggiunse piano:
«È uno di quei posti che sembrano ricordare.»
Lumilosa non rispose. Si limitò a guardare. La camera era semplice e accogliente. Il pavimento di legno scricchiolava sotto i passi. Le tende si muovevano appena davanti alla finestra aperta. Sul comodino c’era un piccolo vaso con fiori di campo. Lumilosa si chinò. Uno dei fiori aveva ancora qualche goccia d’acqua sui petali. Sfiorò delicatamente una foglia.
Era fresca e liscia.
«Sembrano appena raccolti.»
«Probabilmente lo sono.»
La zia aprì ancora un po’ la finestra. Entrò il profumo della sera. Erba. Terra. Uva. E qualcosa di legnoso che Lumilosa non riuscì a riconoscere. Bennor infilò il muso dalla porta. Guardò prima Lumilosa, poi Zia Marianna, quindi annusò l’aria con evidente interesse. Lumilosa scoppiò a ridere.
«Credo che qualcuno voglia sapere quanto manca alla cena.»
La zia scosse la testa.
«Tu riesci sempre a riportare le cose importanti al loro vero significato.»
Bennor agitò la coda. La zia scosse la testa.
«Tu riesci sempre a riportare le cose importanti al loro vero significato.»
Bennor agitò la coda. La degustazione si svolse in una sala calda, illuminata dalla luce dorata del tramonto. Sul tavolo erano allineati bicchieri sottili. Il vetro rifletteva la luce e sembrava quasi trasparente. Le bottiglie erano disposte in fila. Il legno dei tavoli aveva piccoli segni e graffi lasciati dal tempo. Lumilosa passò una mano sul bordo. Era liscio e tiepido. Il sommelier iniziò a parlare.
Raccontava delle vigne, delle stagioni, del tempo. Davanti a Lumilosa aveva sistemato invece un bicchiere di succo d’uva della tenuta. Poi versò il vino dalla prima bottiglia. Il liquido scese nel bicchiere con un suono quasi impercettibile. Lumilosa guardò quello della zia controluce. Rosso intenso. Quasi rubino. Zia Marianna prese il bicchiere. Lo inclinò.
Lo ruotò lentamente. Poi lo avvicinò al naso. Chiuse gli occhi. Lumilosa conosceva quello sguardo. Era lo stesso che aveva quando assaggiava una torta e cercava di capire cosa ci fosse dentro. La zia fece un piccolo respiro. Poi un altro.
«Sento qualcosa.»
Il sommelier sorrise.
«Frutti rossi?»
Marianna scosse appena la testa.
«Anche.»
Un’altra pausa.
«Ma soprattutto una domenica pomeriggio.»
Il sommelier rimase in silenzio. Lumilosa abbassò gli occhi. Stava sorridendo.
«Fuori pioveva» continuò la zia. «C’era odore di legna. E in cucina c’era qualcosa di appena sfornato.»
La voce era diventata più bassa.
«E poi c’era una credenza.»
Lumilosa tornò a guardarla.
«Di legno scuro. Aveva un’anta che non si chiudeva mai bene.»
Per un momento nessuno parlò. Il profumo del vino sembrò confondersi con quello del legno della sala.
«Dentro c’erano i biscotti che non si potevano prendere senza chiedere. I barattoli della marmellata. E le bottiglie che comparivano soltanto quando arrivavano ospiti.»
Il sommelier guardò il bicchiere. Poi la zia.
«È una descrizione molto personale.»
Marianna sorrise.
«Le cose importanti lo sono sempre.»
Bennor annusò l’aria. Poi sollevò il muso e cominciò a guardarsi intorno con attenzione. Lumilosa sorrise.
«Tu senti biscotti ovunque.»
Bennor continuò ad annusare, come se la questione meritasse un’indagine seria.
«Va bene, ho capito. Non è colpa tua.»
Il secondo vino era diverso. Più chiaro. Più fresco. Il sommelier parlò di note minerali. Zia Marianna annuì. Lumilosa si preparò.
«Sì.»
La zia fece un altro piccolo sorso.
«Mi ricorda il pavimento della cucina della nonna dopo che qualcuno aveva annaffiato troppo i fiori vicino alla finestra.»
Il sommelier rimase immobile. Lumilosa si portò una mano alla bocca. Bennor abbassò il muso. Le spalle di Lumilosa tremarono per una risata trattenuta. Marianna, invece, sembrava soddisfatta. Forse per lei quel vino aveva davvero quel sapore. O forse certi sapori non rimanevano sulla lingua. Rimanevano altrove. La cantina era molto più fresca.
L’aria cambiò appena entrarono. Sapeva di pietra, legno umido e vino. Il rumore dei passi si perdeva tra le pareti. Da qualche parte cadeva una goccia. Una. Poi un’altra. Sempre allo stesso intervallo. Lumilosa passò una mano sulla parete. La pietra era ruvida e fredda.
Le grandi botti riempivano la stanza. Alcune avevano il legno chiaro. Altre erano scure, segnate da anni di utilizzo. Il sommelier raccontava la storia della tenuta. Lumilosa ascoltava. Poi si fermò davanti a una botte. Era più vecchia delle altre. Il legno aveva un colore quasi nero.
«Questa è speciale.»
Lumilosa si avvicinò.
«Perché?»
«Ha custodito una riserva che oggi non viene più prodotta.»
Zia Marianna sfiorò il legno con la punta delle dita. Non disse nulla. Lumilosa guardò la sua mano. Poi la botte. Per qualche ragione ebbe la sensazione che quella storia non fosse ancora finita. Il giorno dopo arrivò la spa.
Lumilosa scoprì che stare ferma senza fare niente poteva essere sorprendentemente difficile. All’inizio sentiva ogni piccolo rumore: l’acqua, i passi, una porta che si chiudeva. Poi lentamente tutto diventò più lontano.
Quando uscì, aveva i capelli ancora umidi e la pelle calda.
Zia Marianna la aspettava.
«Ho scoperto che rilassarsi richiede impegno.» Bennor, sdraiato sul pavimento fresco, aprì un occhio. Lumilosa lo guardò e rise.
«A giudicare da lui, c’è qualcuno che si allena da anni.»
Marianna abbassò lo sguardo verso il cane.
«Tu sei un professionista del riposo.»
Bennor richiuse gli occhi. Non aveva intenzione di contestare. Bennor richiuse gli occhi. Non aveva intenzione di contestare. Quella notte Lumilosa si svegliò. Lumilosa smise di spalmare la marmellata sul pane.
«Cane fantasma?»
Il proprietario della tenuta sorrise.
«Alcuni ospiti lo chiamano così.»
La zia aveva già aperto la borsa. Il taccuino color crema comparve sul tavolo. La copertina era consumata agli angoli. Le pagine erano gonfie in alcuni punti, come se fossero state sfogliate durante viaggi, passeggiate e colazioni frettolose. La penna iniziò a scorrere. Avvistamento notturno. Pausa. Sagoma davanti alla cantina.
Poi: Possibili spiegazioni: animale.
Marianna aggiunse: Fantasma.
Bennor guardò la pagina. Poi sollevò gli occhi verso Marianna e inclinò appena la testa. Lumilosa sorrise.
«Secondo me la parola “fantasma” non lo convince.»
La zia sollevò gli occhi.
«Perché no?»
Lumilosa osservò Bennor, che continuava a fissare il taccuino con aria molto seria.
«Forse non la trova abbastanza scientifica.»
Marianna guardò il cane.
«Da quando ti occupi di scienza?»
Bennor abbassò il muso. Non aveva una risposta pronta. Il mistero arrivò nel pomeriggio. Durante la visita alle cantine, il sommelier si fermò davanti alla vecchia botte. La osservò. Poi si chinò.
«Qualcuno l’ha aperta.»
Il tappo era stato spostato. Sul legno c’erano segni freschi. Lumilosa sentì improvvisamente freddo sulla punta delle dita. Guardò Zia Marianna. Il taccuino color crema era già aperto. Nessuno parlava. Poi arrivò un rumore. Passi lenti. Dalla porta entrò un cane anziano.
Aveva il pelo chiaro, il muso quasi bianco e un passo tranquillo. Si fermò accanto alla botte. Il proprietario guardò il cane.
«Strano.» Lumilosa si voltò verso di lui.
«Cosa?»
«Non l’ho mai visto prima.»
Bennor fece un passo avanti. Il vecchio cane lo guardò. Nessuno dei due abbaiò. Lumilosa notò qualcosa che brillava sul collare. Una piccola targhetta. E dietro la targhetta, quasi nascosta, una chiave.
«Zia.»
Marianna si avvicinò. Il metallo era freddo. Consumato dal tempo. Il proprietario la prese tra le dita.
Sul metallo, quasi cancellato dal tempo, c’era inciso lo stemma della tenuta.
«Non sapevo che una chiave del genere esistesse ancora.» Bennor annusò il cane. Poi si voltò. Guardò una parete. Lumilosa seguì il suo sguardo. Dietro alcune vecchie casse c’era una porta.
Piccola. Stretta. Quasi invisibile. La chiave entrò nella serratura. Uno scatto. La porta si aprì. La stanza odorava di polvere e legno. L’aria era immobile. Sugli scaffali c’erano fotografie ingiallite, lettere legate con un nastro e bottiglie ricoperte da una sottile patina di polvere.
Su un tavolo c’era un taccuino. La copertina era scolorita. Il proprietario lo prese con attenzione. Le pagine scricchiolarono sotto le dita. Dentro c’erano nomi, date, annotazioni. Ma soprattutto storie. Lumilosa guardò il vecchio taccuino.
Poi quello color crema che Zia Marianna teneva ancora tra le mani.
Per un istante pensò al proprio, rimasto a casa sulla scrivania. Tre taccuini diversi.
Tre modi di impedire alle cose importanti di scomparire del tutto.
Giornate di festa. Tavole apparecchiate. Persone che partivano. Persone che tornavano. Persone che aspettavano. E poi la storia della vecchia botte.
Dentro la vecchia botte qualcuno aveva nascosto una bottiglia destinata a una persona amata.
Un regalo lasciato lì ad aspettare.
Un modo per fermare un giorno prima che il tempo lo portasse via.
Lumilosa rimase in silenzio. Zia Marianna aveva smesso di scrivere. Teneva una mano appoggiata sul proprio taccuino.
La stanza sembrava piena di cose che nessuno aveva più toccato da anni. Eppure, in qualche modo, erano ancora lì. L’ultima sera il sole scese lentamente sulle vigne. Le foglie riflettevano una luce dorata. Il vento portava il profumo dell’uva e della terra.
Il sommelier raggiunse Zia Marianna.
«Posso farle una domanda?»
La zia annuì.
«Come ha fatto a capire che quel vino parlava di ricordi?»
Marianna guardò il bicchiere. Lo fece ruotare piano.
«Forse perché alcune cose non raccontano quello che sono.»
Il vino lasciò un sottile profumo sul bordo del bicchiere. La zia guardò verso le vigne.
«Raccontano quello che hanno visto.»
Lumilosa, poco distante, sentì quelle parole senza voltarsi. Pensò alla credenza. Al legno scuro. All’anta che non si chiudeva bene. Ai biscotti nascosti. A quel profumo di domenica che aveva attraversato un bicchiere di vino dopo chissà quanti anni. Forse i ricordi facevano proprio questo. Aspettavano. Poi, quando meno te lo aspettavi, trovavano una strada per tornare.
Quella sera Zia Marianna aprì il taccuino color crema.
Scrisse: Alcuni fantasmi non sono fantasmi. Rimase qualche secondo con la penna sospesa.
Poi aggiunse: Sono storie che aspettano qualcuno disposto ad ascoltarle. Rilesse. Sorrise.
Infine, sotto, comparve un’ultima annotazione: Nota importante: confermato che il vino della tenuta possiede un leggero retrogusto di credenza della nonna. Il sommelier non sembra ancora convinto. Chiuse il taccuino.
Fuori, da qualche parte vicino alla cantina, un cane abbaiò. Una volta sola. Bennor alzò la testa. Lumilosa si avvicinò alla finestra. Le vigne erano immerse nell’oscurità.
Per un istante le sembrò di vedere una sagoma muoversi tra i filari.
Una macchia scura. Bassa. Lenta. Poi non ci fu più niente.
Solo il vento. Il fruscio delle foglie.
E, nell’aria fresca della sera, quel profumo difficile da dimenticare. Uva. Terra. Legno.
E qualcosa che, senza sapere perché, ricordava una vecchia credenza. Zia Marianna rimase accanto alla finestra.
Nemmeno questa volta disse nulla. Da qualche parte, tra i filari, qualcosa si mosse. Ma nessuna delle due cercò di capire che cosa fosse.

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