6. Zia Perfetta e la testimonianza su Ernesto

Ottobre era arrivato quasi senza farsi annunciare. Prima una foglia gialla sul vialetto. Poi due. Poi interi piccoli mucchi che il vento spostava da una parte all’altra del giardino, come se non riuscisse a decidere dove sistemarli. L’aria del mattino aveva cominciato a pizzicare le guance e il sole, la sera, sembrava avere sempre più fretta di nascondersi. Me ne accorsi anche da Bennor.
Con il ritorno delle pozzanghere aveva ripreso una delle sue strane abitudini: fermarsi davanti all’acqua e fissarla. Non ci metteva dentro le zampe. Non beveva. Guardava. La grossa testa nera rimaneva immobile sopra quel piccolo specchio tremolante finché una foglia, una goccia o il mio piede non rompevano il riflesso. Io ero convinta che fosse vanità.
Lui, ogni volta, sollevava gli occhi verso di me con una tale serietà che quasi mi faceva sentire in colpa per averlo pensato. Quella mattina, però, il suo interesse per le pozzanghere durò poco. Dentro casa stava succedendo qualcosa. La zia apriva cassetti, tornava sui propri passi, controllava l’orologio e poi cercava qualcosa che aveva appena appoggiato da qualche parte. Bennor la seguiva. Cucina. Camera. Ingresso.
Di nuovo cucina. Il gigante nero le camminava dietro con la pazienza di chi aveva capito da tempo che, quando Zia Marianna si preparava per un appuntamento importante, era meglio non tentare di trovare una logica nei suoi spostamenti. Quando arrivai, lei era davanti allo specchio. Indossava un tailleur pantalone color ciclamino. Non rosa. Non viola. Ciclamino.
La giacca aveva un taglio elegante e i pantaloni cadevano perfettamente sulle scarpe. Sul bavero aveva appuntato una piccola spilla a forma di riccio. La guardai dalla testa ai piedi. Lei controllò l’orologio. Poi controllò la borsa. Poi tornò in cucina e ne uscì con il taccuino marrone. A quel punto capii che non si trattava di un appuntamento qualunque.
Quel piccolo taccuino la seguiva soprattutto nei posti in cui pensava potesse esserci qualcosa che valeva la pena ricordare.
«Dove vai?»
La zia infilò il quaderno nella borsa.
«In tribunale.»
Rimasi ferma. Tribunale. Era una di quelle parole che sembravano più grandi quando venivano pronunciate. Mi faceva pensare a lunghi corridoi, porte pesanti, persone che parlavano sottovoce e stanze in cui tutti sembravano sapere esattamente dove sedersi. Guardai di nuovo il tailleur ciclamino. La zia seguì il mio sguardo. Non disse niente, ma sorrise appena.
Probabilmente aveva scelto quel colore proprio perché stava andando in un posto serio. Secondo lei, i luoghi troppo grigi avevano sempre bisogno di qualcuno che ricordasse loro che il resto del mondo continuava ad avere dei colori. Bennor si sedette vicino alla porta. Quando la zia uscì senza di lui, rimase a fissare il cancello per alcuni secondi.
Poi sbuffò dal naso, si lasciò cadere sul tappeto e appoggiò il muso sulle zampe. Sembrava la più composta delle proteste. Quella sera la zia mi raccontò tutto. Lo fece in cucina, mentre l’acqua per il tè cominciava a scaldarsi e Bennor dormicchiava vicino alla finestra. Io sedevo al tavolo. Il taccuino marrone era davanti a me. Chiuso.
La zia lo aveva appoggiato lì appena rientrata, insieme alle chiavi e alla spilla a forma di riccio. Cominciò dal giardino del tribunale. L’edificio era vecchio, con grandi finestre e corridoi che facevano risuonare i passi. Davanti all’ingresso c’erano alberi e alcune panchine. Le persone aspettavano in modi diversi. Qualcuno camminava avanti e indietro stringendo una cartella piena di documenti.
Qualcun altro continuava a controllare il telefono. C’erano avvocati che parlavano a bassa voce e persone che non sembravano avere voglia di parlare con nessuno. La zia era arrivata quasi mezz’ora prima. Non perché fosse particolarmente prudente. Semplicemente conosceva bene la propria capacità di sbagliare strada anche quando la strada era quasi impossibile da sbagliare. Nel giardino aveva sentito persino una cicala. Una sola.
Ostinata. A ottobre. Quando me lo raccontò, immaginai quell’insetto nascosto tra i rami, convinto che l’estate non fosse ancora finita. Mi sembrò una cosa che sarebbe potuta piacere molto alla zia. Dentro l’aula, però, l’atmosfera era diversa. Legno scuro. Fogli ordinati in pile. Sedie che si muovevano con rumori improvvisi. Voci basse. Lì vide per la prima volta i parenti di Ernesto. Giorgio, Laura e Matteo.
Giorgio era seduto molto diritto dentro un completo elegante. Ogni tanto sistemava il bordo della giacca anche se non ce n’era bisogno. Laura teneva la borsa sulle ginocchia con entrambe le mani. Aveva i capelli perfettamente in ordine e ascoltava il proprio avvocato senza quasi muoversi. Matteo era il più giovane. Accendeva il telefono, lo spegneva, lo infilava in tasca e poco dopo lo riprendeva. La zia li osservò.
Poi aprì il taccuino. Non scrisse subito. Aspettò. Era una delle cose che le riuscivano meglio. Aspettare che fossero gli altri a riempire il silenzio. Ernesto era morto da alcuni mesi. Aveva lasciato gran parte di ciò che possedeva a un rifugio per animali e i suoi parenti contestavano quella decisione. Secondo loro, negli ultimi anni era cambiato. Era diventato più fragile. Troppo influenzabile.
Secondo ciò che aveva lasciato scritto, invece, sapeva perfettamente cosa voleva fare. Ora qualcuno doveva cercare di capire dove fosse la verità. Giorgio fu il primo a parlare. Descrisse Ernesto come una brava persona. Generosa. Disponibile. Poi, poco alla volta, le parole cambiarono. Negli ultimi anni, disse, lo zio era diventato troppo sensibile. Aiutava tutti. Si lasciava coinvolgere.
Forse, proprio per questo, qualcuno avrebbe potuto approfittarsi di lui. La penna della zia si mosse sul foglio. Una sola frase:
La generosità viene chiamata debolezza quando non conviene.
Poi appoggiò la penna. Non pensava che Giorgio fosse una cattiva persona. Non pensava nemmeno che stesse necessariamente mentendo. Le persone possono osservare la stessa vita da punti diversi e ricordarne pezzi completamente differenti. Laura parlò dopo di lui. Anche lei ricordò la generosità di Ernesto. Verso i vicini. Verso le persone incontrate per strada. E soprattutto verso gli animali.
Ma, mentre ne parlava, le dita stringevano sempre più forte i manici della borsa. Quella generosità, secondo lei, era diventata eccessiva. Ernesto si era occupato così tanto degli altri da dimenticare la propria famiglia. La zia abbassò gli occhi. Per qualche secondo la penna rimase sospesa sopra il foglio. Poi scrisse:
Ha parlato della famiglia. Non ha parlato di Ernesto.
Matteo fu l’ultimo. Sembrava il meno preparato dei tre. Quando gli chiesero quanto avesse frequentato il prozio, smise finalmente di guardare il telefono.
«Non quanto avrei dovuto.»
La zia ricordava perfettamente quella frase. Forse perché era arrivata senza preparazione. Senza difese. Matteo non disse di volere i soldi. Disse soltanto che gli sembrava difficile capire perché una casa, dei risparmi e tanti anni di lavoro dovessero finire tutti in un rifugio. La zia questa volta non scrisse niente. Guardò invece una fotografia di Ernesto posata tra i documenti. Capelli bianchi. Viso sottile.
Un sorriso tranquillo. E per qualche istante l’aula scomparve. Al suo posto tornò una panchina. Un vialetto coperto di foglie. E un uomo che ogni mattina arrivava con qualcosa da mangiare per i gatti. Quando chiamarono il suo nome, la zia chiuse il taccuino. Si alzò. Sistemò la giacca ciclamino e, quasi senza pensarci, sfiorò la piccola spilla sul bavero. Poi andò a sedersi davanti al giudice.
All’inizio le domande furono semplici. Da quanto tempo conosceva Ernesto. Quanto spesso lo incontrasse. Che rapporto avessero avuto. La zia spiegò che lo aveva conosciuto al parco. Lei passeggiava con Bennor. Ernesto si prendeva cura di una piccola colonia di gatti. All’inizio si erano scambiati soltanto qualche saluto. Poi erano arrivate le prime frasi sul tempo, sugli animali, sulle piante. Infine erano arrivate le panchine.
Le persone che si incontrano spesso nello stesso luogo, prima o poi, finiscono per lasciare qualche pezzo della propria vita accanto a quello degli altri. Ernesto aveva una particolare attenzione per un vecchio gatto che si chiamava Arturo. Era spelacchiato, diffidente e abbastanza scorbutico da tenere quasi tutti a distanza. Ernesto non aveva mai cercato di prenderlo. Portava una vecchia coperta. La sistemava sulla panchina.
Poi si sedeva poco lontano. E aspettava. Giorno dopo giorno. Settimana dopo settimana. Finché Arturo aveva smesso di scappare appena lo vedeva. Una mattina si era persino addormentato sulla coperta. Ernesto non aveva tentato di accarezzarlo. Era rimasto immobile, con le mani sulle ginocchia, quasi trattenendo il respiro per non spaventarlo. La zia ricordava ancora le foglie intorno alla panchina. Il sole debole.
Il corpo del gatto finalmente rilassato. Ernesto le aveva detto che alcune creature hanno bisogno di tempo per capire di potersi fidare. Nell’aula nessuno si mosse. Persino Matteo aveva lasciato il telefono in tasca. Poi arrivò la domanda importante. Ernesto le aveva mai parlato di ciò che avrebbe voluto fare dei suoi beni? Una volta. La zia aprì la borsa. Tirò fuori il taccuino marrone. Non era un diario. Non lo era mai stato.
Era il posto dove finivano le cose che non voleva perdere. Date. Frasi. Piccoli gesti. Parole ascoltate per caso. Cose che, quando accadevano, sembravano quasi insignificanti e che qualche anno dopo potevano diventare enormi. Sfogliò alcune pagine. 14 ottobre. Tre anni prima. La grafia occupava poche righe. La zia lesse soltanto quella che riguardava Ernesto.
«Quando non ci sarò più, vorrei lasciare qualcosa a chi non può chiedere aiuto.»
Poi chiuse il quaderno. Per qualche secondo nell’aula ci fu soltanto il rumore lontano di una porta. Le chiesero se quella frase dimostrasse che Ernesto avesse già deciso di lasciare tutto al rifugio. La zia scosse appena la testa.
«Io non devo dimostrare niente. Posso soltanto raccontare quello che ho visto e quello che ho sentito.»
Mentre me lo raccontava, smisi di girare il cucchiaino nella tazza. Era proprio da lei. Non cercare di vincere. Non cercare di convincere. Ricordare. E raccontare. L’avvocato dei parenti le fece notare che era stata amica di Ernesto. Gli voleva bene. Forse proprio quell’affetto rendeva meno affidabile il suo giudizio. La zia ascoltò. Non si affrettò a rispondere. Poi intrecciò le mani davanti a sé.
«Il mio affetto mi aiuta a ricordare chi era. Non cambia quello che ho visto.»
Non aggiunse altro. Non ce n’era bisogno. Quando le domandarono perché, secondo lei, Ernesto avesse scelto proprio quel rifugio, questa volta non cercò nessuna pagina. Alcune frasi non hanno bisogno di essere rilette. Rimangono. Ernesto gliene aveva detta una durante una delle loro mattine al parco.
«Gli animali non ricordano quanto hai avuto nella vita. Ricordano soltanto se sei stato gentile con loro.»
La zia l’aveva annotata perché le era sembrata bella. Non poteva sapere che, anni dopo, qualcuno avrebbe avuto bisogno di ascoltarla. Quando la testimonianza terminò, tornò al suo posto. Giorgio guardava davanti a sé. Laura aveva allentato la presa sulla borsa. Matteo teneva entrambe le mani ferme sulle ginocchia. L’udienza finì poco dopo.
Gli avvocati cominciarono a raccogliere i fogli. Le cartelle si chiusero. Le sedie si spostarono e il silenzio ordinato dell’aula si trasformò lentamente in un brusio. La zia rimase ancora qualche secondo vicino alla finestra. Fuori, nel giardino, il sole pallido illuminava le foglie che cadevano una alla volta. Durante tutta quella mattina si era parlato di case, denaro, eredità e documenti.
Lei continuava a vedere Arturo addormentato sopra una vecchia coperta. Nel corridoio incrociò i parenti di Ernesto. Fu Matteo a fermarsi. Aveva un’aria diversa da quella con cui era entrato. Non triste. Non serena. Solo meno distratta. Guardò il taccuino che spuntava dalla borsa della zia e volle sapere se davvero avesse scritto tutte quelle frasi soltanto perché non voleva dimenticarle. Lei annuì. Matteo abbassò lo sguardo.
«Io non me lo ricordavo così.»
La zia lasciò che quelle parole rimanessero per qualche secondo tra loro. Poco più indietro, Laura aveva sentito. Si avvicinò. Questa volta non aveva il tono sicuro usato durante l’udienza. Voleva sapere se Ernesto avesse mai parlato della famiglia. La zia sorrise.
«Spesso.»
Laura rimase immobile.
«Quando parlava di voi, sorrideva.»
Fu tutto. Non parlarono del testamento. Non parlarono del denaro. Per la prima volta da quando erano entrati in quell’edificio, nessuno sembrava avere bisogno di aggiungere altro. Quando la zia arrivò a quel punto del racconto, il bollitore scattò. Bennor sollevò la testa. La seguì con gli occhi mentre versava il tè nelle tazze, poi si stiracchiò e venne ad appoggiare la grossa testa nera sulle sue ginocchia.
La zia lasciò scivolare lentamente una mano dietro le sue orecchie. Io guardavo il taccuino. Quel piccolo quaderno marrone era pieno di cose che, quando erano state scritte, nessuno avrebbe considerato importanti. Una frase. Una data. Il nome di un gatto. Il ricordo di un uomo seduto su una panchina. Eppure erano ancora lì.
«Secondo te Ernesto aveva dimenticato la sua famiglia?»
La zia rimase qualche secondo con la tazza tra le mani. Il vapore le passò davanti al viso. Poi scosse lentamente la testa. Non disse cosa pensava. Quella risposta apparteneva a Ernesto. E certe risposte, quando una persona non c’è più, bisogna avere il coraggio di lasciarle incomplete. Qualche settimana dopo arrivò una lettera dal rifugio. Non aveva timbri importanti né parole difficili. Era un ringraziamento.
Con ciò che Ernesto aveva lasciato erano riusciti a sistemare alcune cucce, curare animali malati e creare uno spazio più tranquillo per quelli anziani. La zia lesse la lettera una volta. Poi una seconda. La piegò con cura e aprì il taccuino per sistemarla tra le pagine. Fu allora che qualcosa scivolò sul tavolo. Una fotografia. Piccola. Un po’ ingiallita agli angoli. La zia fu più veloce di me.
La raccolse e rimase a guardarla. Il suo viso cambiò appena. Solo un piccolo movimento degli occhi. Una pausa. Le dita che indugiarono sul bordo della fotografia un secondo più del necessario. Io cercai di sporgermi. Lei la girò. Sul retro c’erano una data e poche parole scritte a mano. Non riuscii a leggerle.
«Chi c’è nella foto?»
La zia rimase in silenzio. Bennor, accanto al tavolo, sollevò il muso verso di lei. Poi Zia Marianna infilò lentamente la fotografia tra due pagine del taccuino e lo richiuse. Questa volta non sorrise.
«Questa, Lumilosa, è un’altra storia.»
E io capii subito che non avrei dimenticato di chiedergliela.

Racconti correlati

9. La notte delle zucche illuminate
Ottobre era uno dei mesi preferiti di Lumilosa. Non soltanto per Halloween. Anche se la possibilità di trovare più dolci del solito in giro per casa aveva sicuramente il suo peso.

8. Le castagne sul fuoco
Fuori pioveva da ore. Dopo il temporale della settimana precedente, quella sembrava quasi una pioggia educata. Niente tuoni. Niente lampi. Niente vento contro le finestre.

